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scenette per giovani teatrandi, scaricabili, adattabili e impagabili
Giorno della memoria a scuola
post pubblicato in Diario, il 29 gennaio 2012

(libera interpretazione dagli scritti di Giovanni Melodia)

 

(in una scuola superiore)

Prof.ssa. Ragazzi, vi prego silenzio, per favore, accomodatemi in fretta che la preside ci ha concesso solo un’ora. “Voi delle quinte dovete studiare”. Oggi  abbiamo un’occasione unica per la giornata della memoria. Al posto del solito film abbiamo un deportato in carne d’ossa, uno degli ultimi viventi, per cui non sprechiamo questo vero e proprio evento. Tra l’altro il signor Giovanni, che è venuto fin da noi, è un dirigente dell’ANED, l’associazione degli ex-deportati politici nei lager nazisti. Dico giusto?

Ex-deportato. No, siamo un’associazione unitaria, non solo dei deportati politici, come me, ma anche dei deportati razziali, come gli ebrei e... gli zingari, non li dimenticate.

Prof.ssa. Il signor Giovanni mi ha detto che preferisce le domande, anche perché immagina che molti di voi sanno già molto dei campi, soprattutto di Auschwitz; lui invece è stato a Dachau. Quindi se volete sapere di quel campo, che era di concentramento non di sterminio, dico giusto? chiedete pure. Su, coraggio? (dopo diversi secondi) Allora rompo io il ghiaccio?

Studente. No, prof, faccio io una domanda. Piuttosto di chiedere di Dachau, che abbiamo già letto in classe: c’erano i preti, i politici tedeschi... vorrei sapere come si è sentito il giorno della liberazione del campo.

Ex-deportato. Sono contento se avete già letto in classe, ma solo Primo Levi? D’altra parte sono già più di dieci anni che si celebra il Giorno della Memoria. Voi ne avrete già parlato almeno dalle medie, per cui c’è il rischio che vi annoiate, perché sapete già tutto o lo credete. Per esempio sapete tutto di noi deportati politici, o del fatto che a Dachau c’era un comitato internazionale clandestino che ha contribuito a liberare il campo, e poi ha avuto un ruolo essenziale nei difficili giorni dopo la liberazione? Non tutto era finito con la fuga delle SS. Sapete quanti morti ci sono stati ancora? C’era da compilare il loro elenco per le famiglie, c’era il problema della cura dei malati, del rimpatrio, della necessità di aggiornare gli internati su cosa avrebbero trovato al loro paese. Abbiamo anche scritto dei bollettini a Dachau, bollettini ciclostilati, abbiamo fatto una quarantina di numeri. E poi l’urgenza di raccogliere le testimonianze, anche per chi non poteva più tornare. E non vi dico di prima, degli ultimi giorni prima della liberazione. Come comitato clandestino avevamo saputo che era arrivato un dispaccio di Himmler che ordinava un programma di annientamento articolato e preciso. I primi a lasciare il lager per essere sterminati dovevano essere i russi e gli ex-combattenti repubblicani in Spagna. Poi i circa 2000 italiani e via via tutti gli altri. Ultimi i polacchi, i più numerosi. Dovevamo essere condotti fuori dal lager e lì, all’aperto, uccisi con le armi automatiche e i lanciafiamme. Un programma che potevamo stravolgere solo noi. Noi con i nostri corpi piagati ed esausti, con i nostri riflessi corrosi, con la nostra mente annebbiata, noi che da tempo infinito eravamo simili a larve, noi i cenciosi, i piagati, i morenti, noi i subumani, affamati, inesperti, dovemmo affrontare le SS, i professionisti delle stragi. Ci buttammo allo sbaraglio con l’unica forza che ci rimaneva: la disperazione. E ci liberammo.

Ma non divagherò, vengo subito alla domanda.

Come fare e dire, per davvero, ciò che era il Lager anche solo un giorno dopo la liberazione?

Già quel giorno il nostro racconto era già snaturato, se così posso dire, perché la liberazione era avvenuta e ti cantava dentro e non eravamo morti, e tu, cioè io, se potevi narrare era proprio perché tutto quello che era successo non ce l’aveva fatto ad ammazzarti, perché eri sfuggito al massacro, perché ciò che ti aveva gravato dentro, minuto per minuto, s’era dissolto, non era, non poteva essere, che un ricordo, anche se ne portavi, ne avresti portato il segno, in te, per tutto il resto della tua vita; se insomma, nonostante tutto, non gli era riuscito di annientarti interamente, ci avevano tentato ma poi non tutto era andato per il verso loro.

(si interrompe un attimo per bere)

Perché non era la fame, non era il freddo, non era il puzzo del crematorio – parole che io devo esprimere così in fila e per voi non è che un susseguirsi di espressioni che suonano come parole staccate – no quella realtà, già dal primo giorno, era diversa, era tutta un’altra cosa: lì la fame e il freddo, il puzzo, degli altri, morti, vivi, il puzzo tuo, le bastonate, erano cose che ti venivano addosso tutte assieme, da tutte le parti, e si sommavano con la paura, lo sfinimento, lo scoramento, la volontà di sopravvivere, o di lasciarsi andare, di ribellarsi o di morire e che fosse finita – e poi non è neanche vero che si sommavano, si fondevano invece, facevano poltiglia con quello che avevi dentro, l’intontimento, lo smarrimento. E invece ora, a raccontarli, ma anche a ripensarli, dovevi metterli in fila, rifabbricare i fatti con le parole – ed era già un abisso tra le parole e i fatti –. Dunque come facevi a raccontare - come faccio oggi a raccontare – ma anche a pensare, a ripensare, a rivivere, perché dopo fame non ne avevi più, e neppure freddo e puzzo. E poi chi ti avrebbe ascoltato? Appunto appena tornati a casa anche chi ci avrebbe ascoltato aveva pure lui la sua storia dentro: “Ma anche noi sa, i bombardamenti, le paure, il freddo, non creda, sa? anche noi”. E magari anche voi avete le vostre impressioni, le vostre obiezioni dentro: “Ma i gulag, e le foibe, e l’11 settembre, il terrorismo?”

(si interrompe un attimo per bere)

Loro, voi, tutti, non potete capire. Loro, voi, credono già di sapere e invece non sanno niente, o quasi, perché non possono, nessuno può. Sapete qual era il sentimento più grande, nei primi tempi: il rimorso? Lo sentivi come una colpa, quasi, di esserti salvato, tu sì, e loro in tantissimi no. Eppure nonostante il rimorso che ancora affiora ho continuato a raccontare. Ma come si fa a parlare di quella fame? metti in fila la parola fame, mille volte, un milione di volte?

E del freddo? Oggi sta nevicando ma sono al coperto, ho indosso una bella maglia di lana, la stanza è riscaldata. Il freddo! Non sono sicuro di comunicarvelo, di ricordarmelo quel freddo!

Così, scusate, il mio discorso viene fuori scombinato, non è un racconto di fantasia che crei dentro il tuo cervello e dove infili ciò che vuoi, scarti ciò che non ti garba, e fai vivere e fai morire e fai restare e fai partire e fai piovere e fai diluviare o splendere il sole. Qui no, non puoi, devi essere fedele, onesto, preciso, nei limiti della tua recalcitrante memoria e allora parli, racconti. Ti torna in mente, lo ficchi dentro, a forza, quello che non puoi tacere, che non devi. Cerchi di far rivivere le ossessioni di allora e qualcosa dello stato d’animo di allora, che poi era una specie di nebbia fatta di sfinimento, di paure, di istupidimento, e ti rimbomba nella testa un “no, no, no” scomposto, frenetico, come le bastonate che ci arrivavano addosso a folate, dopo ore e ore che eravamo rimasti all’aperto, a congelare, ad avvilirci, a morire.

(si interrompe un attimo per bere)

Scusate mi manca il fiato. Una vecchia malattia dei miei vecchi polmoni.

Certo che se parlo così scombinato qualcuno di voi storcerà il naso. Forse solo chi c’è stato può capire. Ma già allora ce lo dicevamo: “Se ce la facciamo a tornare, a raccontare, non capiranno, non potranno mai!”. Allora perché parlo, faccio conferenze, scrivo, incontro gli studenti, come voi oggi? Lo faccio per chi non è tornato. E aspetto le reazioni, come quando sentivi il Kapo avvicinarsi col bastone levato e non potevi fare nulla, assolutamente nulla, per stornare il colpo, per liberarti dall’assedio della paura.

(si interrompe un attimo per bere)

Non so, non credo di aver risposto alla tua domanda...

(dopo alcuni secondi scroscia un fragoroso applauso)

Prof. ssa. Sono commossa, come credo anche tutti voi; direi che può bastare, lasciamolo andare il nostro caro Giovanni, ringraziandolo sentitamente per questa sua lezione di storia ma anche di vita e, se mi permettete, di letteratura. Ma permettetemi di chiudere con una citazione, che mi sono preparata. È di Zygmunt Baumann. Il sociologo polacco fa notare una cosa che forse prima di oggi pensavamo anche tutti noi: “La mia idea dell’Olocausto era come un quadro appeso a una parete, opportunamente incorniciato per far risaltare il dipinto contro la carta da parati e sottolinearne la diversità dal resto dell’arredamento”. Ma credo che siate d’accordo: i quadri che abbiamo appeso nelle nostre case, dopo un po’ non li notiamo più, non prestiamo loro più attenzione, come la storia della deportazione che invece, riprendo la citazione, deve essere “una finestra, piuttosto che un quadro appeso alla parete. Spingendo lo sguardo attraverso quella finestra è possibile cogliere una rara immagine di cose altrimenti invisibili.

La deportazione è una storia che non finisce mai di dirci qualcosa, se non vogliamo non fermarci a un quadro incorniciato e lontano, ma vogliamo guardare come in una finestra per esplorarne la complessità.

 


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permalink | inviato da steatrando il 29/1/2012 alle 11:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Vivrò col tuo nome, morirai col mio
post pubblicato in Diario, il 23 gennaio 2012

(libera riduzione dal libro di Jorge Semprùn)

 

Abbiamo il diritto di stupire il lettore,

di prenderlo in contropiede,

di obbligarlo a riflettere o

a reagire nel più profondo

di se stesso

Jorge Semprùn

 

(nel lager di Buchenwald, due deportati giovani: uno piccolo e magro l’altro alto e robusto)

 

Sergente SS. Voi due, vedete quei massi? Tu, piccolo e secco prendi quello grosso, e tu grande e grosso, quello piccolo e portateli laggiù, los, schell, schwein!!

(i due eseguono, dopo un po’ il più magro barcolla mentre il sergente ride, e lo picchia col gummi, lo scudiscio di gomma. Tumulto, rumori lontani, il sergente si gira, estrae la pistola, poi si allontana)

Deportato robusto. Bistro, bistro! (e scambia le pietre)

Deportato magro. Grazie, ti devo la vita, come si dice... spasiba, spasiba balshoje!

D. robusto. (scrolla la testa) Tovarisc, tovarisc (si stringono la mano)

(arriva un altro deportato, con l’accento tedesco)

D. tedesco. Abbiamo il morto di cui c’era bisogno!

D. magro. Cosa? Per poco lo ero io, se non era per quel compagno russo... Chissà perché l’ha fatto? Non mi conosceva, forse non mi vedrà più, non poteva aspettarsi nulla da me. Forse è l’uomo nuovo sovietico, chissà.

D. tedesco. Stammi a sentire: devi sostituire un morto.

D. magro. Ma chi è questo morto se non sono io?

D. tedesco. Unteröhrt! Inaudito. Ha la tua stessa età: poche settimane di differenza! Ed è pure studente. Sei davvero fortunato... con la flor en el culo!

D. magro. Non certo come te, che sei un Lagerschutz della polizia interna e puoi girare tutto il campo.

D. tedesco. Noi tedeschi, veterani del campo, sì abbiamo qualche privilegio... privilegio? se possiamo usare questa parola, potremo ben averlo. Moriremo per ultimi! Ma ringrazia per questo, se no non sarei qui ad avvertirti.

D. magro. Avvertirmi di cosa?

D. tedesco. Andiamo alle latrine, lì le SS non entrano.

D. magro. E neanche i kapò.

(entrano nelle latrine)

D. tedesco. Che puzza, non si resiste.

D. magro. Almeno è caldo, agli odori ci si abitua. Non lo sai, e voi non le avete le latrine?

D. tedesco. Sì ma nel blocco, non collettive come voi.

D. magro. Ecco un altro privilegio dei deportati tedeschi. Qualche volta mi devi raccontare la storia del vostro arrivo.

D. tedesco. Ma non io non ci sono stato dall’inizio, sono un Rotspanier, ero da te... con le Brigate Internazionali in Spagna.

D. magro. E quando ti hanno deportato?

D. tedesco. Nel ’39. Ma non chiedermi del periodo ’39-41 per carità!

D. magro. Perché?

D. tedesco. Per il patto russo tedesco! L’accordo tra Hitler e Stalin. Noi comunisti eravamo accusati di tradimento, anche se eravamo qui, assieme agli altri deportati.

D. magro. Un po’ come gli italiani, adesso.

D. tedesco. (guardandosi intorno) Ma qui è pieno di mussulmani...

D. magro. Di chi?

D. tedesco. Si vede che sei nuovo. Chiamiamo mussulmani quelli che sono morti viventi

D. magro. Poverini, sono malati.

D. tedesco. No, si sono lasciati andare... loro mi irritano, hanno rinunciato a resistere, a lottare almeno per la vita, per la sopravvivenza. Se nessuno sopravviverà chi potrà raccontare? Nessuno crederà a questo orrore.

D. magro. Anch’io sono spesso preda dello sconforto.

D. tedesco. Non puoi lasciarti andare, tu hai una fede... politica. Bisogna avere qualcosa in cui credere... anche una fede religiosa. Pensa che non è stato un “triangolo rosso” ma un “triangolo viola”, un Bibelforcher che ci ha avvisato.

D. magro. Chi?

D. tedesco. Un ricercatore della Bibbia, voi li chiamate Testimoni di Geova, sono qui dall’inizio, dal ’37, e sono più... Prominenten, più “privilegiati” di noi, sono tutti nell’amministrazione. Lui ha la sua fede, non è comunista, ma lo rispettiamo. È un membro del Comitato Internazionale Clandestino e ha avvisto i compagni che è arrivato un dispaccio su di te. Da Berlino chiedono se sei ancora vivo, se sei ancora a Buchenwald o in un sottocampo, un kommando esterno...

D. magro. E cosa vuol dire, chi può interessarsi di me?

D. tedesco. Non ha potuto leggere tutta la lettera, ma bisogna stare attenti. Il Partito non vuole perderti, sei l’unico intellettuale comunista spagnolo del campo, sarai utile quando ci sarà la rivolta, o almeno la liberazione del campo, con i tuoi connazionali. Sei o no nel Comitato?.

D. magro. Mi avete nominato voi, ma non ho ancora fatto niente.

D. tedesco. E come potevi nella tua posizione, ma vedrai ti faremo mettere all’Arbeitsstatistik, l’ufficio smistamento lavori. Lì è meno dura, turni anche di notte, ma scamperai la cava e i lavori di picco e pala all’esterno.

D. magro. E come posso scampare se mi cercano? Ho visto cosa ha fatto la Gestapo a quell’italiano che hanno scoperto essere una spia degli alleati. L’hanno torturato e poi fucilato nell’Appellplatz.

D. tedesco. Appunto ci vuole un morto, un moribondo che prenderà il tuo nome e tu prenderai il suo. Siamo già d’accordo con i compagni... gli amici nell’amministrazione. Abbiamo due giorni di tempo, fino a lunedì non risponderanno a Berlino. Oggi è sabato, dopo domani devi farti ricoverare al Revier, dove c’è già lui, poi ti faremo morire... faremo credere che sei morto, al suo posto.

D. magro. E chi è questo mio fratello, mio doppio?

D. tedesco. È un francese, è già moribondo in infermeria. (guardandosi intorno) Ma no, è qui, lo riconosco, cosa ci fa qui alle latrine? Devo andare ad avvisare che lo ricoverino. Vado. E tu mi raccomando, lunedì al Revier! Vieni, esci, prima che qualcuno si accorga che manchi.

D. magro. Un minuto. Voglio andare a conoscerlo, voglio parlargli!

D. tedesco. È inutile, è un mussulmano, un mucchio di stracci innominabile, non ti risponderà. Fa’ come vuoi, ma presto. Tieni (offre una po’ di foglie)

D. magro. Come? Una sigaretta? Come hai fatto?

D. tedesco. No, non è una sigaretta, magari! I russi la chiamano machorka, sono foglie secche che arrotolate si possono fumare. Sono diventate merce di scambio nel lager, non le avevi mai viste? Vado, e mi raccomando non rovinare i piani! Alle sei di lunedì al Revier! Fino ad allora, fa’ quello che fai sempre la domenica, divertiti col tuo professore e adesso con i tuoi mussulmani.

(esce)

D. magro. (avvicinandosi al d. mussulmano). Bonjour. Vedo che hai un numero di matricola vicino al mio. Allora, forse, sei arrivato con me. Ti ricordi quel terribile trasporto nel carro bestiame, in 120 con le porte sprangate dall’esterno. Quattro giorni e cinque notti, o… non mi ricordo bene, ricordo che non potevamo neppure sederci per l’affollamento, avevo il gomito del mio vicino sulle mie costole e lui il mio sul suo stomaco, poi facevamo a cambio. Magari eravamo assieme nello stesso vagone, oppure siamo stati vicini allo spogliatoio quando ci hanno denudati e rasati fino nelle parti intime, che poi il disinfettante ci ha fatto bruciare come peperoncini. E la vestizione... magari ho scambiato con te gli zoccoli troppo grossi... oppure no, forse no, sei piccolo e magro come me. O in quarantena... in che blocco ti hanno messo... che lavoro ti fanno fare? Ma non parli, mi senti? Rispondi!

D. mussulmano. Parlare stanca!

D. magro. Se sei malato devi farti ricoverare nel Revier, nell’infermeria. Forse mi ricovero anch’io e ti vengo a trovare. Ti serve qualcosa?

(il d. mussulmano fa il gesto di fumare)

D. magro. Fumare? Capisco bene? Tieni è una machorka... a domani.

 

 

(secondo atto)

 

 (nelle latrine un gruppetto di tre deportati)

 

D. magro. Finalmente è domenica e ci possiamo riposare un attimo, oggi non voglio pensare a niente. Forse era meglio se stavo a dormire. Chi dorme ingrassa.

Deportato francese. Ascoltatemi. Non stiamo rubacchiando qualche istante della domenica al sonno, alla nostra fame permanente, all’angoscia del domani, per dire sciocchezze.

D. Testimone di Geova. Sì preferisco discutere con il tuo professore.

D. magro. Il mio professore l’hanno portato in infermeria, non apre più gli occhi, è tra la vita e la morte. Ma vedo che la sua presenza richiama sempre qualcuno la domenica dopo l’appello. Ma anch’io preferisco venire qui che dormire. E poi ‘sta sera ho organizzato un piccolo spettacolo per i miei connazionali: una serata andalusa.

D. francese. Che bravi!

D. magro. No niente di che: non c’è nessun attore o cantante.

D. francese. Ma siete tutti resistenti... resistenti culturalmente.

D. magro. Sì cerchiamo, cerchiamo di non farci degradare del tutto. Ma io che fuori di qui avevo una memoria eccellente ora non ricordo... non riesco a finire una poesia del mio amato Lorca e speravo nel professore che è esperto di memoria, di memoria collettiva, pensate ha inventato lui l’espressione:

¡Ay, que la muerte me espera

antes de llegar a Córdoba!

Córdoba,

lejana y sola.

Sapete da tanto non sto in Spagna e un filo solo unisce la lingua della mia infanzia alla mia vita reale: il filo della poesia. Se si spezza anche quello...

D. francese. I tuoi connazionali ti possono aiutare. Poi ho sentito che, forse, ti metteranno all’Arbeitsstatistik, dove sto anch’io. Lì c’è una biblioteca.

D. magro. Una biblioteca in un lager?

D. francese. Sì, lo vedrai con i tuoi occhi. Potrai leggere solo nel turno di notte, se starai accorto, e troverai tutti i libri in tedesco. I tuoi poeti spagnoli non sono certo stati tradotti...

D. magro. Ma come è possibile? Se mai si saprà, diranno che Buchenwald non era un vero campo di concentramento, non un luogo tanto spaventoso...

D. francese. Qui siamo a un passo da Wiemar, la città di Goethe, no? Se guardi la grande spianata tra le cucine e l’Effektenkammer puoi contemplare l’albero di Goethe, la quercia sotto la quale leggeva, secondo la leggenda del campo, naturalmente. Per tornare ai libri: nei primi anni avevano dato il permesso alle famiglie dei deportati tedeschi di inviare libri: se ne sono raccolti 1300! Lo conosci il tedesco?

D. magro. Abbastanza... almeno quanto basta per il campo, gli ordini delle SS. Ma lo studierò, lo studierò sui libri!

D. francese. Ti potrei dare lezione io. Io a dire la verità non sono francese, sono un ebreo austriaco, ma mi sono procurato un passaporto francese. Sai che Buchenwald è judenrein, libero da ebrei, almeno per ora, ma io passo per politico.

D. Testimone di Geova. E i tuoi correligionari?

D. austriaco. Li hanno portati all’est. Non so, non voglio crederci, ma ho sentito, da un deportato trasferito da laggiù, che li sterminano tutti, man mano che arrivano. Dov’è Dio?

D. TdG. Forse succede che Dio è semplicemente sfinito, non ha più forze. Si è ritirato dalla Storia; o la Storia si è ritirata da Lui.

D. austriaco. Perché non parla, non si fa sentire?

D. TdG. Il suo silenzio forse è la prova della sua debolezza, della sua impotenza.

D. magro. Cosa c’è di spaventoso nel silenzio di Dio? Quando mai ha parlato? In occasione di quale massacro del passato ha fatto sentire la sua voce? Quale conquistatore crudele, o dittatore è mai stato condannato? Ciò di cui si deve parlare non è il silenzio di Dio, ma il silenzio degli uomini. Perché gli uomini liberi non parlano?

D. TdG. Perché non sanno.

D. francese. Ma se la Resistenza ha perfino fatto evadere due perché andassero a parlare col mondo, col mondo libero. E sono mesi ormai, cosa abbiamo avuto di risposta? Niente.

D. magro. A proposito, sai se gli americani resistono ancora a Bastogne?

D. francese. Non sapevo neppure che erano sbarcati in Francia. Li hanno respinti?

D. magro. Non ancora, almeno lo spero.

D. francese. Sono buoni soldati gli americani?

D. magro. No so, all’inizio i giapponesi li hanno conciati bene.

D. TdG. Anche i russi all’inizio sono stati conciati bene.

D. francese. Ma cosa fa quel “triangolo marrone”? È uno zingaro, conciato come noi... noi ebrei.

D. magro. Mi ha fatto ricordare un’altra poesia di Lorca:

¡Oh pena de los gitanos!

Pena limpia y simpres sola.

¡Oh pena de cauce oculto

y madrugada remota!

D. TdG. Guardate: si abbassa i calzoni mentre corre. Allarme diarrea! Presto spostiamoci prima che ci schizzi tutti. Ecco l’ha fatto con quei polacchi.

D. polacco. Merdoso di uno zingaro. Hai visto cosa hai fatto, maiale? Buttiamolo nella merda.

 

(viene preso e gettato nella fossa delle latrine, scatenando una rissa tra i deportati polacchi e quelli zingari).

 

D. francese. Presto usciamo, prima che arrivino i kapò...

D. TdG. (uscendo) Ecco che arriva quello russo. Mi fa quasi ridere, con quel suo cappello della polizia russa. Gliel’hanno lasciato tenere. Senza cambiare il cappello potrebbe cambiare la situazione: al posto di essere un kapò qui, potrebbe essere guardiano in un campo in Siberia.

D. magro. Ma i gulag c’erano sotto gli zar, ai tempi di Tolstoj e Dostoevkij...

 

(terzo atto)

 

(all’entrata del Revier, l’infermeria)

Deportato malato. Gerard, Gerard!

D. magro. Olivier!

D. malato. Mi hai riconosciuto?

D. magro. Certo. Olivier Cretté meccanico d’auto (l’uomo di mette a piangere). (Rivolgendosi al d. tedesco della polizia interna) Quel francese, fatelo entrare. Lo conosco: è della Resistenza.

D. tedesco. Quel vecchietto? (ma poi dà ordini di farlo entrare)

D. malato. Grazie amico! (guardando il suo triangolo) Ma vedo dal tuo triangolo che sei spagnolo, non lo sapevo... Ad ogni modo sei un pezzo grosso.

D. magro. No, non credere. Ma tu cos’hai?

D. malato. La diarrea. Sono sempre pieno di merda. Non ce la faccio più.

D. magro. E dove lavori?

D. malato. Sono stato a Dora, in galleria, sono stato due mesi senza vedere il sole. Là è un inferno, qua al confronto è un sanatorio.

D. magro. Bene, allora qui ti potrai curare. Adesso passa la visita, poi quando sei guarito, come lo sarò io, vieni a trovarmi all’Arbeisstatistik. Io lavorerò lì. Un giorno o l’altro, dopo l’appello della sera.

 

(il deportato tedesco della Polizia interna prende il d. magro per un braccio e lo porta via)

 

D. tedesco. Vai nella sala degli agonizzanti. Vicino al tuo futuro cadavere, l’abbiamo già fatto portare lì. Il ragazzo non passerà la notte. Domani mattina avremo il tempo, a seconda delle notizie da Berlino, di registrare la morte a suo nome o al tuo... Tu devi solo abituarti alla puzza, ma lo fai già tutte le domeniche alle latrine, no? Stanotte l’unico problema che possiamo avere è che le SS facciano un giro fino al Revier. Sono spietati coi finti malati.

D. magro. Ma qui siamo tutti malati.

D. tedesco. Non sei certo grasso, ma non hai nemmeno l’aria di  moribondo. Se vengono diremo che hai una malattia infettiva. Sono terrorizzati dalle malattie infettive. Ti faremo un’iniezione. Non ti preoccupare ti verrà una febbre di cavallo, ma niente di più. Domani non sarai fresco come una rosa, ma vivo sì.

D. magro. La mia pena.

D. tedesco. Il vecchio francese che mi hai appena presentato è senza speranza. Gli rimane poco da vivere.

D. magro. In primo luogo, non è vecchio. È molto invecchiato ma non deve avere ancora quarant’anni. E poi, non si sa mai...

D. tedesco. Certo che si sa, si sa fin troppo. Non gli hai visto lo sguardo? Se ne sta andando. Non c’è più niente da fare.

D. magro. Non ci credo. Secondo me non è inutile aiutarlo, anche se si può fare poco.

D. tedesco. E ti sentiresti meglio a farlo? Ti sentiresti più buono?

D. magro. No, non è per quello, ma anche se lo fosse, non è mica proibito?

D. tedesco. No, non è proibito, ma è inutile. È un lusso piccolo-borghese.

D. magro. Perché tu non hai mai diviso il tuo pezzo di pane con un compagno, anche se era troppo tardi? Non hai mai fatto un gesto inutile?

D. tedesco. Figuriamoci se non è mi successo, ma erano altri tempi. C’erano i “triangoli verdi” i criminali, che comandavano, noi non avevamo la struttura resistenziale di adesso. Gli esempi individuali erano fondamentali.

D. magro. Ma la struttura di cui parli è clandestina. La sua azione, per quanto importante, non sempre è visibile. In cambio ciò che è visibile alla massa dei deportati è la vostra posizione di Prominenten, di privilegiati. Una buona azione, inutile, ogni tanto può far bene.

D. tedesco (aprendo una porta) Vai adesso, ti stanno aspettando. La notte sarà lunga tra tutti quei moribondi e quei cadaveri. Dunque, preparati all’odore, ci sarà puzza di merda... e di morte. A cosa penserai per distrarti?

 

(il d. magro si va a distendere a fianco di un moribondo nudo di spalle, con le natiche scure)

 

D. magro. Scusa puoi girarti, non resisto all’odore del tuo culo, ma cos’hai, merda seccata?

D. mussulmano. (con un filo di voce) Mi fa male muovermi.

D. magro. Sai che dall’altro giorno, quando ci siamo visti alle latrine, mi sono ricordato che eravamo vicini all'Effktenkammer, davanti ai prigionieri tedeschi che scrivevano i nostri dati personali e ci davano la matricola, infatti i nostri numeri sono molto vicini. E quando mi hanno chiesto il mestiere ho detto Philosophiestudent, che ingenuo! Kein Beruf, mi hanno risposto: non è una professione. E io dall’alto della mia conoscenza del tedesco ho replicato Kein Beruf aber eine Berufung: non è una professione ma una vocazione. Non ti ho fatto ridere? Ma anche tu, se non sbaglio, hai dichiarato di essere uno studente, di cosa?

D. musulmano. Latino.

D. magro. Ti immagini che faccia avrebbero fatto se gli dicevi “latinista”? Se ce la faccio, se riesco a uscire di qui, ti assicuro che mi metto a scrivere qualcosa sulla nostra storia.

D. mussulmano. Non ci crederanno.

D. magro. Ma come stai? Cos’hai? Dove ti fa male?

D. mussulmano. Tutto! Dappertutto!

D. magro. Devi reagire, adesso sei in infermeria, ti possono curare.

D. mussulmano. O seppellire...

D. magro. Allora anche me.

D. mussulmano. (con voce sempre più flebile) No, tu no...

D. magro. Sì cercherò di sopravvivere a questa notte, cercherò di sopravvivere a molte altre notti per ricordarmene. Non potrò vivere sempre con questa memoria, Francois, ma tornerò a questo ricordo come si ritorna alla vita. Tornerò a questo ricordo della casa dei morti, della sala d’attesa della morte a Buchenwald, per ritrovare gusto nella vita. Devo cercare di sopravvivere per ricordarmi di te.... Ma tu non morire! Per favore. Non lasciare il mondo dei vivi!

 

(fine)

 

 


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Differenziata... di classe
post pubblicato in Diario, il 20 gennaio 2012

(nella solita quinta delle superiori)

Vanessa. Ma prof è ancora qui? l’abbiamo già avuta alla prima ora

Prof. Sono qui per una supplenza, non preoccupatevi, non avete qualcosa da ripassare?

Vanessa. Ripassare all’ultima ora e dopo un compito in classe? Scherza prof, ci lasci rilassare.

Giulietta. Perché non facciamo un po’ di brain-storming?

Giuliano. No approfittiamone per raccogliere tutta la carta e la plastica.

Prof. Fatemi capire, ma voi fate la raccolta differenziata in classe?

Candido. Sì sono dei fanatici. Guai a usare una fotocopia su un foglio vergine, o buttare una bottiglietta. Anzi sa: vogliono che si tolga il tappo. Siamo alla dittatura dell’ecologia.

Giulietta. Stupido le plastiche delle bottiglie sono diverse, il tappo in PVC il resto in PET.

Vanessa. E mio padre che fa l’industriale ha un collega che ricicla il PVC, perciò i tappi dateli a me.

Candido Visto che sei... tappa!

Prof. Non sarebbe ancora meglio se non compraste le bottigliette d’acqua?

Candido. Lei predica bene, ma qui a scuola il vetro non lo mettono nelle macchinette...

Prof. E dai rubinietti? La nostra acqua è buona

Candido. Io non mi fido dell’acqua del sindaco

Prof. Fai male, domani ti porto i dati e vedrai che è più controllata di quella delle minerali.

Giulietta. Prof, è anche lei un’ecologista, non è un inquinatore?

Prof. Nessuno si sente inquinatore. Diamo sempre la colpa ha chi produce e non a chi compra i prodotti.

Giuliano. Sì noi tutti tendiamo a incolpare i produttori di beni e non noi consumatori. Così non ci vengono i sensi di colpa.

Candido. Lascia stare chi produce i rifiuti, “descrescentino”, è tanto che noi li smaltiamo correttamente, quale altra classe lo fa?

Giuliano. È che ci riempiono di roba “usa e getta”.

Candido. Tu usala ma non gettarla.

Giuliano.  Sì ma certe merci nascono già... vecchie, non smaltibili, pensa al tetrapak..

Candido. Quello adesso lo smaltiscono.

Giuliano. Allora a mille altre cose.

Prof. Io do ragione a Giuliano, i rifiuti sono lo specchio del nostro modo di vivere. I rifiuti sono in grado di rivelarci come viviamo più di ogni indagine di mercato.

Candido. Sì, facciamo i detective nei cassonetti...

Prof. Tu scherzi ma pensa cosa diranno gli archeologi della nostra società.

Candido. Sì verranno proprio a guardare le nostre discariche...

Prof. E no, è proprio indagando i rifiuti di una società, moderna o passata, che si riesce a conoscere la sua vita materiale.

Vanessa. Materialisti, lasciate i bei discorsi filosofici e aiutateci con la carta, la plastica l’abbiamo raccolta noi femmine, ma la carta è più pesante.

Prof. E dove la portate?

Giulietta. Purtoppo qui non c’è la raccolta porta a porta.

Candido. Ma il comune ha detto che, almeno in centro, la farà.

Vanessa. Ma intanto! Prof, vada lei dalla preside a chiedere dove portare la carta, la campana è lontanissa e noi, anche se stiamo attenti, riempiamo un sacco alla settimana.

Prof. Bravi, posso dirvi che c’è già un cassonetto dell’azienda municipalizzata nel cortiletto interno, per la carta delle fotocopie e della segreteria, potreste portare lì la vostra.

Giulietta. Ma noi raccogliamo anche la plastica, che è leggera ma ingombrante e ci piacerebbe differenziare anche le lattine, anche se abbiamo sconsigliato tutti dal prenderle.

Candido. Siamo alla dittatura.

Prof. Per la plastica non so, ma forse è meglio se la richiesta viene dal basso, se andate voi, in delegazione dalla preside.

Giulietta. Non vorrà mai, per una sola classe..

(entra un ragazzo di un’altra quinta)

Ragazzo. Raga, volevo chiedervi se comprate il giornalino. Ma cos’è che state facendo, trasloco?

Prof. No stanno raccogliendo carta e plastica per la differenziata.

Ragazzo. Anch’io la faccio a casa.

Vanessa. E qui è differente? Falla anche nella tua classe, vedi quanta ne esce.

Ragazzo. Allora domani mentre giro per le classi per diffonder il giornalino, chiedo a tutti se vogliono fare la differenziata... di classe.

Giulietta. E i giornalini che avanzi non buttarli portali a noi.

Ragazzo. Anzi farò di più dirò di leggerli e poi di riciclarli. Leggeteli ma non gettateli!

Dante. Sono responsabili i produttori

e senza colpe i consumatori?

Abbiam comprato tante cose

belle o inutili ma ormai ma preziose,

non gettiamole nella pattumiera della storia

ma di riciclarle facciamoci memoria.

(usato e riusato ma ancora riciclato arriva il suono del campanello)

 


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permalink | inviato da steatrando il 20/1/2012 alle 18:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Crescita o sostenibilità?
post pubblicato in Diario, il 12 gennaio 2012

(nella solita classe delle superiori)

Giulietta. Prof, ha sentito il governo? Monti ha detto che ora passa alla fase due quella della crescita.

Prof. Non ha detto proprio così, comunque. Però noi dobbiamo passare alla fase due dell’anno scolastico quindi...

Giuliano. Ma lei, prof., è per la crescita?

Prof. Io? Non saprei, forse moderata tanto per uscire dalla crisi e abbassare la disoccupazione, stando alle condizioni attuali.

Candido. Perché tu, Giuly, hai mica il coraggio di essere per la crescita zero?

Giuliano. No io sono per la decrescita felice.

Candido. Spiega un po’ cosa sarebbe ‘sta cosa che ci renderebbe tutti felici.

Giuliano. No, è l’unica scelta che ci permetterà di rimanere vivi.

Candido. Ecco il solito profeta di sventura.

Claudio. Non essere così raffinato, gli ambientalisti sono dei menagramo che godrebbero se andassimo tutti male. Per loro tanto peggio, tanto meglio. Più c’è inquinamento, più loro sono contenti.

Fatima. Non sarà il contrario?

Candido. No ha ragione lui.

Claudio. Tu che ne sai della nostra politica? Così poi loro dicono: “avete visto, avevamo ragione noi”.

Vanessa. Così però gli dai ragione tu.

Candido. Non capisci un ca... volo anche tu.

Prof. Non è che chi lancia un allarme sul futuro indica la necessità di cambiare...

Claudio. Lei prof non si schieri, che voglio proprio vedere che argomenti hanno ‘sti catastrofisti.

Candido. E poi, anche ammesso che su qualche cosina abbiate ragione, adesso con la crisi, l’ambiente è diventato un lusso. La gente comune non sa che farsene...

Vanessa. Ma se i sondaggi dicono che è una delle maggiori preoccupazioni delle gente.

Claudio. Più dei soldi... e delle tasse?

Candido. Più del lavoro?

Giuliano. Dall’ambiente viene non solo ogni forma di vita ma anche ogni attività economica.

Candido. Anime belle, non sapete che il cambiamento è un sacrificio, e la gente i sacrifici li fa solo se è costretta.

Giuliano. Lo ammetto, ma il cambiamento è anche sfida, e ora è diventato urgente, necessario.

Claudio. Per fermare lo spread?

Candido. Poi, animucce buoniste, non sapete che se fermate la crescita impedite ai poveri di progredire.

Giuliano. C’è crescita e crescita, non è possibile che tutti raggiungano i livelli di consumo di noi occidentali.

Claudio. Vuoi star bene solo tu?

Candido. Non vedi che tutti ci imitano, vengono fino a casa nostra, il nostro è il miglior mondo possibile.

Ilir. No, è che altri mondi sono impossibili.!

Giuliano. E poi questo tipo di mondo, di società sta per finire, abbiamo superato l’impronta ecologia della Terra, la capacità di carico del pianeta.

Claudio. Parla come mangi. Ci sarebbe da lasciare una bella impronta nel sedere a tutti questi clandestini poi vedresti come staremmo bene.

Fatima. Lei prof lascia dire certe cose, non interviene?

Prof. Voglio vedere dove si va a finire.

Giuliano. Non per fare la Cassandra, ma andiamo verso il collasso, ci hanno già scritto diversi libri.

Vanessa. Sì ci stiamo buttando giù dal burrone e nessuno fa niente, poi vi accorgerete di chi aveva ragione.

Candido. Non darti troppa pena, per un po’ di crisi... Vedrai che con la ripresa tutto si metterà a posto.

Vanessa. Ogni crescita è cattiva!

Giuliano. No Vany, ci vuole lo sviluppo non la crescita. Uno sviluppo sostenibile.

Candido. Ecco lì ti aspettavo e sapresti spiegarcelo questo ossimoro? Ho detto giusto prof?

Prof. Bravo Candido, la forma è giusta, ma in questo modo daresti ragione a Giuliano, affermando che ogni crescita non è sostenibile.

Vanessa. Come avevo detto io.

Giuliano. Io non sarei così drastico, per ora. Io per sostenibilità intenderei, lo dicono i libri, la capacità dell’umanità di dare il tempo alla Terra di ricreare le risorse che consumiamo e di eliminare i rifiuti che facciamo.

Claudio. Pazzo, ma se per il carbone e il petrolio ci vogliono milioni di anni.

Giuliano. Appunto, bisogna lasciare i combustibili fossili e passare alle rinnovabili.

Claudio. Lasciarli a chi?

Giuliano. Alle future generazioni...

Claudio. Ma non basta una generazione o due, scemo.

Vanessa. Magari i nostri figli o nipoti, useranno il petrolio solo per la chimica e non come combustibile.

Candido. Comunque la tecnologia vedrete risolverà tutto.

Vanessa. La tecnologia ha solo creato problemi.

Claudio. Vedi che sei in contraddizione, oca! Se non hai la tecnologia come fai a usare i pannelli solari?

Candido. Che poi cosa fa un pannellino?

Giuliano. Ma milioni? Se ogni casa diventasse produttrice di energia...

Claudio. Sì andate nell’isola di Utopia dove tutto è rinnovabile e riciclabile, non ci sarà mai, allocchi.

Vanessa. Allora siete voi in contraddizione, oconi. La tecnologia può tutto meno le rinnovabili, il riciclaggio dei materiali, il risparmio energetico...

Candido. Comunque, mettetela come volete, ma il mercato sistemerà automaticamente tutto.

Ilir. Come adesso, come per le bolle.

Claudio. Senti l’ex-comunista; bel mondo avete fatto voi.

Ilir. A parte che io sono nato dopo che è caduto il muro di Berlino... o non ti è ancora giunta la notizia?

Candido. Certo dove c’era l’economia di stato c’è già stato collasso.

Claudio. Sono gli ambientalisti che sono la causa di questa crisi, con il loro allarmismo che influenza le borse, l’economia...

Giuliano. Magari, ma in un prossimo futuro sarà nelle cose.

Candido. Vuoto ottimismo.

Claudio. No il loro è un pessimismo senza scampo.

Ilir. Chi è che si contraddice?

Fatima. Fatemi capire, voi ambientalisti cosa proponete?

Giuliano. Cambiare mentalità, riconoscere che questa è una crisi strutturale del nostro modello di sviluppo. La crescita è ancora sperata anche se siamo già entrati ormai nell’insostenibilità del pianeta. Ma vedrete: con altri anni di crisi ve ne rendere conto.

Fatima. E come possiamo fermarsi?

Giuliano. Come in macchina: frenando per tempo o andando a sbattere.

Fatima. E allora che cosa proponi?

Giuliano. Di avere il coraggio di cambiare.

Fatima. Ma in concreto?

Claudio. La rivoluzione... dell’araba fenice.

Giuliano. Seriamente passare a fonti di energia rinnovabili, a materiali riciclabili, a una produzione che riduca al minimo emissioni e rifiuti, a un’agricoltura che produca cibi incontaminati...

Claudio. Vai tu poi a fare il contadino?

Giuliano. Sì, perché no, io all’università voglio fare agraria.

Candido. Vedrai cosa ti insegnano, altrochè le tue belle idee.

Giuliano. Cambieranno anche loro, se non l’hanno già fatto. Ma sai di quanti pianeta Terra abbiamo avuto bisogno dal 2010? due! Due Terre, non ce ne basta più una.

Candido. Vedi che sei fuori. Che i vostri dati sono allarmistici e senza senso. Allora abiteremmo sulla Luna se avessimo consumato non una ma, addirittura – mi scappa da ridere – due Terre.

Claudio. Su rispondi se sei capace, utopista dei cavoli amari!

Giuliano. Se in bagno, lo scarico svuota più di quanto il rubinetto riempie, magari hai ancora l’acqua ma per poco. E poi, anche se è misurata in ettari, l’impronta ecologica umana misura la capacità delle risorse naturali di riformarsi o di assorbire per esempio l’anidride carbonica.

Claudio. E l’impronta ecologica canina, non la conti? Guarda che se la pesti sei ben... inquinato.

Vanessa. Ma prof li sente? Si scherza sull’orlo del burrone.

Claudio. C.v.d.: come volevasi dimostrare: catastrofismo allo stato puro. Non è che ‘sto collasso viene nel 2012? Perché se no l’avrebbero già previsto i Maya.

Giulietta. Parlate solo voi, ma io prof volevo fare una riflessione. Non so chi ha ragione, però faccio il paragone con le malattie. Sapete che mio padre è morto. I medici ci hanno detto che se fosse stato preso in tempo... Non voglio dare la colpa a nessuno, però ho un pensiero che perseguita sempre: ma noi abbiamo la percezione dei mali che ci aspettano?

Claudio. Qui sono tutte menagramo!

Prof. Lasciala finire, non banalizzare sempre.

Giulietta. Secondo me o non abbiamo i mezzi, gli strumenti per calcolare i rischi oppure non li vogliamo usare o peggio ascoltare.

Prof. Dante, e tu non parli oggi?

Dante. So-sono stato ad ascoltare e vorrei trarre una mia conclusione prima che suoni il campanello, se faccio in tempo.

Claudio. So-sostienei anche tu la so-sostenibilità?

Prof. Prego, non interrompetelo.

Dante. Non c’è stata assolutamente unanimità oggi in classe, eppure non c’è neppure sostenibilità se non è condivisa, giusto?

Fatima. Non ti capisco, ma va’ avanti

Dante. Quello che volevo dire è come capire e far capire che stiamo produciamo un’impronta troppo grossa? Dobbiamo crescere, ma di consapevolezza e di capacità di leggere il futuro. Dobbiamo cambiare mentalità, ha ragione Giuliano. Dobbiamo pensare all’economia non è come a un fine, ma come un mezzo; è l’ecologia che dobbiamo considerarla non un mezzo ma un fine!

(sostenibile arriva il suono dell’intervallo)

 


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permalink | inviato da steatrando il 12/1/2012 alle 19:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
2012: fine mondo o mondo fine?
post pubblicato in Diario, il 9 gennaio 2012

 

(nella solita classe delle superiori)

Vanessa. Prof, Non vorrà mica farci lezione che è il primo giorno dell’anno?

Prof. A parte che io volevo iniziare con gli auguri, quest’anno avete la maturità, ve lo ha ricordato la preside...

Giulietta. Meno male che ce l’ha detto lei... ma tanto finisce il mondo nel 2012, cosa ci serve la maturità?

Prof. Spero abbiate la maturità di pensare che è una semplice superstizione, voi fate lo scientifico e credete a queste cose?

Candido. Come tutti credono che gli auguri portino fortuna, è la stessa cosa.

Prof. Forse hai ragione, Candido.

Giuliano. No gli auguri, anche se non possono ipotecare il futuro, sono una forma di incoraggiamento, di fiducia nel futuro. Vi leggo una mail che mi hanno mandato il primo dell’anno.

Candido. Risparmiaci le solite lagne moraleggianti, per favore.

Vanessa. No dicci. Almeno una parte la voglio sapere.

Giuliano. Ecco vi leggerò una parte di questa riflessione di una poetessa nicaraguense: “Ora che ho vissuto la mia vita fino a questo punto posso affermare che non c’è niente di donchisciottesco nel voler cambiare il mondo. Non concepisco una vita migliore di quella vissuta con entusiasmo, dedicata alle utopie. L’importante, non è vedere tutti i propri sogni realizzati, ma continuare ostinatamente a sognarli.

Candido. Come dicevo, retorica e ... velleitarismo.
Vanessa. Sei il solito disfattista, a me piace, me la fai copiare. E a te piace Ilir?

Ilir. Mi piace, ma non ci credo.

Vanessa. Cosa c’è da credere? devi continuare a sognare...

Ilir. Di cambiare il mondo, ecco cosa credo non si possa fare.

Prof. E tu Fatima?

Fatima. Da noi il mondo, il mondo arabo sta cambiando.

Claudio. E allora perché non sei rimasta là a cambiarlo?

Prof. Ecco chi avrebbe previsto un anno fa le primavere arabe?

Dante. E gli autunni dell’euro... Europa...

Prof. E il vostro mondo quest’anno, come pronosticate... pensate di cambiarlo?

Giulietta. Certo, finendo il liceo e andando all’università...

Ilir. Per chi ci andrà...

Vanessa. Ma Ilir, pensi di perdere anche quest’anno, non te lo permetto!

Ilir. No, col tuo aiuto... e quello dei prof penso di... maturare anch’io. Ma non so se vado all’università, poi per fare che cosa? Il disoccupato.

Prof. Forse lo faresti lo stesso...

Ilir. Se solo Vanessa volesse, avesse il coraggio di presentarmi al papalino...

Vanessa. Questi discorsi li abbiamo già fatti. Da mio padre non voglio tornare neppure per chiedere uno stage. E poi sono discorsi privati, cosa vai a dire a tutti...

Ilir. Scusa, non prendertela, fa niente, rinuncio...

Candido. Che finezza questo 2012, e pensare che siamo alla fine.

Prof. Spero che scherzi.

Dante. Pro-prof, non ha qualche pronostico scherzoso da leggerci?

Prof. Mi hai letto nel pensiero Dante.

Candido. E poi dicono che è dislessico...

Prof. Vi avevo appunto portato la “pantagruelina pronosticazione” scritta da Rabelais nel XVII secolo, per prendere in giro gli allocchi che credono agli oroscopi e alle fini del mondo, ce ne dovrebbero essere già state parecchie. Comincerò dalle malattie: “Delle malattie di quest’anno”

Candido. Proprio dalla malattie? Porta male?

Prof. Non preoccuparti, sono le solite: “Quest’anno i ciechi non vedranno che ben poco, i sordi udranno abbastanza male, i muti non parleranno affatto, i ricchi staranno un po’ meglio dei poveri e i sani meglio dei malati. – e aggiungo io: attenzione ai nostri polmoni che non diventino neri come carboni Poi la vecchiaia sarà incurabile quest’anno a causa degli anni passati. I malati di pleurite sentiranno un forte male al costato. Chi avrà flusso di ventre andrà spesso alla tazza; il mal d’occhi sarà molto dannoso alla vista. E regnerà quasi universalmente una malattia ben orribile e tremenda, maligna, perversa, spaventevole e odiosa, la quale farà stupire il mondo a tal punto che molti non sapranno che pesci pigliare. Tremo di paura al pensarlo: poiché sarà epidemica, e si chiamerà bolletta. – Questo l’avevo già detto Rabelais!

Giuliano. Prevedendo Monti.

Dante. Dopo Tre ora ce ne basta uno di Monti e ne avanza.

Fatima. Quali tre?

Dante. Il mini-ministro di prima, di Berlusca, il Tre-tremonti, no.

Candido. Non incazzarti che tartagli, tanto loro arrivano sempre dopo.

Giuliano. La lepre e la tartaruga...

Candido. Che dici? Parli anche tu per sigle? Prof continui che se no ci imballano di buoni propositi. Non siamo più alle elementari, ragazzi, non dobbiamo più fare i pensierini...

Prof. Allora un pensierino lo facciamo fare al solito Rabelais sulle “Quattro stagioni dell’anno.

In tutto l’anno non vi sarà che una luna e non sarà affatto nuova. A proposito: in primavera voi vedrete fiori metà di più che nelle altre tre stagioni. D’estate non so qual tempo, né qual vento tirerà, ma so bene che dovrà far caldo e regnare vento marino. In autunno si vendemmierà, o prima o dopo; per me è lo stesso, purché ci sia vino a sufficienza. Quelli e quelle che han fatto voto di digiuno fin che siano stelle in cielo, a quest’ora, per mia concessione e dispensa possono cibarsi. Guardatevi dalle lische mangiando i pesci. E dal veleno vi guardi Iddio. D’inverno, secondo il mio piccolo intendimento, non saranno saggi quelli che venderanno le loro pellicce per comprar legna. Se piove non immalinconite: tanto meno polveri sottili avrete per la strada; tenetevi al caldo, abbiate timore dei catarri, bevute del migliore in attesa che il nuovo si perfezioni, e, fatemi un favore, d’ora in avanti non fatela più a letto…”

Giuliano. Però le polveri sottili le aggiunte lei, prof, non è vero?

Prof. Sì, però vorrei toglierle, spazzarle via.

Claudio. Siete voi polverosi.

Prof. E del grande Rabelais non mi dite niente?

Ilir. Io non so neanche chi è?

Prof. E tu Fatima lo conosci?

Fatima. Ce lo facevano leggere alle medie al mio paese, ma solo certi brani.

Claudio. Per quello anche da noi il Boccaccio. Comunque per tornare alle polveri cosa mi dici dei tuoi amici siriani.

Fatima. Sono eroici, sfidano i fucili senza armi.

Claudio. No parlavo del loro capo.

Fatima. Noi non siamo i nostri capi, come voi non siete i vostri.

Claudio. Se fossero davvero capi. Bah lasciamo perdere, comunque Rabelais non fa per niente ridere, dice delle ovvietà.

Prof. È lì lo scarto: prevedere solo il prevedibile vuol dire che il resto sono chiacchiere.

Candido. E allora bando alle chiacchiere, torniamo al lavoro che il 2012 non sappiamo come finirà...

Dante. Guarda il calendario se hanno stampato dicembre fino al 31 o solo fino al 20... come dicono gli pseudo-maya.

Vanessa. No l’hanno stampato fino a San Silvestro.

Ilir. Ma credevi davvero... Vany?

Candido. Forse perché le mancano alcuni venerdì.

Fatima. Cosa vuol dire?

Ilir. Te lo dico io: vuole dire che è un po’ stupida, forse perché esce con me. Ti aspetto fuori stronzetto!

Prof. Fermi, volete iniziare un anno... di sangue? Siamo per la pace o no? La diplomazia deve sostituire la violenza.

Vanessa. Ma con le sanzioni.

Dante. San-sanzioniamo la fine del mondo: non è fine dire al mondo che è alla fine.

Fatima . Ma fine è maschile o femminile?

Prof. La fine è chiara...

Candido. È il principio che...

Giuliano. Anzi i fini...

Fatima. Gli uomini fini?

Candido. No i fini che giustificano i mezzi.

Prof. Per carità! Ricordate cosa diceva Kant, ragazzi?

Giuliano. Fatima, l’uomo, anche quello poco fine, è un fine non un mezzo, vero prof?

Claudio. Facciamola finita! Io sono anti-kantiano!

Dante. Fi-finezza finale... di chi ha per cielo un tetto di stalla...

(suona la fine dell’ora, come l’anno scorso. No? che credevate?)

 


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Pecora nera
post pubblicato in Diario, il 8 gennaio 2012

(a casa della nonna)

Nipote. Scusa nonna, ti avevo detto che venivo alla befana e invece sono qui solo oggi, ma ti ho portato un bel regalo. Ti presento Clara.

Nonna. Benvenuta

Clara. Franca, se non sbaglio?

Nonna. No, sono italiana non francese.

Clara. Che simpatica me l’avevi detto che fa le battute. No io chiedevo se si chiama Franca...

Nonna. Sì, che stupida, sono un po’ confusa, sa l’emozione...

Clara. Strano, suo nipote mi diceva che lei lo è di nome e di fatto.

Nonna. Come? Scusi ma sono un po’ sorda... e un po’ rimbambita...

Clara. No, Stefano mi dice sempre che non ha peli sulla lingua.

Nonna. Cosa vuole mi sono evoluta così, ma prego accomodatevi, cosa fate lì in piedi, datemi i cappotti.

Clara. Che appartamento carino, e quanti libri, non credevo. Ma li ha letti proprio tutti?

Nonna. No, mi servono per coprire le macchie nella tappezzeria... Ma non vi ho ancora offerto niente, cosa volete un tè un caffé?

Clara. Io un caffé lo prenderei, ma espresso non con la moka.

Nonna. Ma io ho la macchinetta napoletana

Clara. I napoletani lasciamoli a casa sua...

Nonna. Potrei offrirvi delle mele, sono buonissime, le ho comprate al mercatino, vengono dalle colline qui della nostra provincia.

Clara. Io ho appena comperato quelle del Cile, sono speciali.

Nonna. Io sono per il chilometro zero...

Clara. Ma dalle colline a qui ci sono più di 50 chilometri....

Nonna. Non cinquemila.

Clara. Mi meraviglio che proprio lei sia contraria al Cile. Ho visto a casa di Stefano che ha i dischi degli Inti-tsumani e mi ha detto che glieli ha regalati lei.

Nonna. Gli tsumani sono dall’altra parte...

Clara. Come?

Nonna. Niente. Dicevo che i dischi degli Inti-Illimani li avevo regalati a sua mamma, mia figlia. Stefano non era ancora nato. Anzi mi fa piacere sapere che non li ha buttati via, che li ha ancora.

Clara. Che nome strano, sarà una cosa etnica. Comunque anche a me piace regalare la roba vintage, pensi che a Stefano ho regalato per Natale un eskimo firmato da 350 euro. Scusa se te l’ho detto, ma tanto... E a lei piace la musica ma non le mele cilene? Bisogna sapersi aprire al mondo, non restare confinati nel proprio orticello provinciale.

Nonna. Ha ragione, andiamo a rubare negli orti degli altri...

Clara. Cosa dice? rubare?

Nonna. No, mi è venuto in mente quando, da piccola, non avevamo niente e allora andavamo a rubare le mele negli orti dei vicini o nel giardino del padrone.

Clara. Spero che non abbia trasmesso questo vizio a Stefano.

Nonna. No, stia tranquilla, lui non ha preso niente da me. E lei cosa fa, studia signorina?

Clara. Sì, faccio economia alla Bocconi.

Nonna. Quella di Monti.

Clara. Sì proprio. È informata tua nonna e tu che mi dicevi che viveva ancora ai tempi dell’Unione Sovietica. Comunque, signora, Mario Monti è della vecchia scuola bocconiana, adesso ce n’è una nuova.

Nonna. Vede che non sono aggiornata, sono ancora ai tempi di Marx. E dove ha passato le feste?

Clara. Non gliel’ha detto Stefano? siamo stati a Courmayeur.

Nonna. Non sapevo che era venuto anche lui.

Nipote. Se faceste parlare anche me.

Nonna. Tra donne... cosa vuoi.

Clara. Non sarà mica anche femminista, alla sua età.

Nonna. No sono maschilista, da secoli. Ma mi racconti della montagna, c’era la neve?

Clara. Sì, ma quella artificiale, a me non piace sciare così, ho fatto un paio di discese e basta. Poi con tutta quella finanza in giro...

Nonna. Perché sono venuti anche lì?

Clara. Ecco i giornali parlano solo di Cortina, perché lì ci sono i VIP, noi siamo decaduti, non è più come negli anni ’90.

Nonna. Ma lei sarà stata neonata.

Clara. Se è un trucco per sapere la mia età non ci casco, io le ho chiesto la sua?

Nonna. Io non ho problemi a dire che ne ho ottanta, anzi che sbadata, vado per...

Nipote. I cento...

Nonna. Stefano! Ottant’uno.

Nipote. No dico che con la tua grinta puoi arrivare benissimo a cento, te lo auguro.

Nonna. Grazie, sei sempre gentile. Signorina vedrà che ragazzo bravo è lo Stefano.

Clara. Bravo come? Bravo a fare cosa?

Nonna. No volevo dire, buono, sa noi vecchi pensiamo in dialetto e poi dobbiamo tradurre. Ma mi diceva di Cortina...

Clara. Courmayeur! Stia attenta quando gli altri parlano. È un esercizio anche per la memoria, ce l’hanno insegnato all’università, come pure dire i nomi giusti e non storpiarli come fate voi vecchi. E la proprietà di linguaggio. Bene, se vuole qualche volta le faccio un corso rapido.

Nipote. Lei va già all’università della terza età, e delle volte mi dà... come si dice... dei punti.

Clara. Ma cosa vuoi che insegnino all’università dell’anzianità? Mi scusi, ma io sono franca.

Nonna. No sono io Franca.

Clara. Scherza o...? Non mi fraintenda, ma alla vostra età più che riassunti, minestre riscaldate...

Nonna. Ha ragione, noi vecchi la mangiamo spesso la minestra e se siamo soli magari alla sera la facciamo riscaldare..

Clara (a Stefano) Ma c’è o ci fa? Comunque per tornare alla sua cara Finanza, sa una cosa? lei non ci avrà pensato, ma rovinano il turismo, la gente non ci andrà più in certi posti.

Nonna. Ma se ho sentito che hanno aumentato gli incassi del 300-400%, non solo le gioiellerie, ma anche gli alberghi, i ristoranti...

Clara. Non è quello il PIL che ci interessa. Il PIL signora...

Nonna. Sì lo so cos’è, con questa crisi, e i dibattiti televisivi ci esce persino dai capelli... il PIL.

Nipote. Vorrai dire il PEL!

Clara. Stefano non fare le tue solite battute idiote. Comunque signora, si rovinano certe località, doveva sentirli i commercianti, gli albergatori... e anche i clienti.

Nonna. Ma Monti mi pare...

Clara. Lui è della vecchia Bocconi, non della new-economy.

Nonna. Riconosco di non capirci più niente, non vorremo scontrarci sugli scontrini?

Clara. Ecco da chi hai preso Stefano!

Nonna. No, mi scusi, sono un’idiota, siete ospiti e vi annoio con le mie lagne. Lasciamo perdere PIL e finanza e parliamo un po’ di voi, quand’è che vi sposate?

Clara. Ma signora, un po’ di tatto, non ci siamo ancora conosciuti...

Nonna. Ah no? Credevo che al giorno d’oggi...

Stefano. Nonna, piantala, cosa stai dicendo? Clara vuol dire che dobbiamo conoscerci meglio, far conoscere le nostre famiglie, certo che tu oggi non mi stai facendo un buon servizio.

Nonna. Scusa Stefano e mi scusi anche lei Clara, è così carina, ma sa in ogni famiglia c’è sempre una pecora nera. Nella sua non c’è?

Clara. Stefano, andiamo che siamo in ritardo per la messa, non vorrai perderla?

Nipote. Ma se siamo...

Nonna. Ve ne andate già? Tornate però, tornate presto mi raccomando.

Clara. Non so quando avremo tempo, sa lo studio, l’economia...

Nonna. I monti! Pardon la montagna.

Clara. Andiamo se no qui... ma lei vuol dire sempre l’ultima parola?

Nonna. No io non volevo: ho rovinato tutto Stefano con la mia boccaccia...

Nipote. Il giorno della befana si perdonano... le befane!

Clara. Ma oggi non è più la befana...

 


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Befana in evasione
post pubblicato in Diario, il 5 gennaio 2012

(il nipote al telefono con la nonna)

Nipote. Nonna, auguri!

Nonna. Per la Befana?

Nipote. No, cosa dici? per l’anno nuovo!

Nonna. Pensavo che venivi a trovarmi nelle feste, come tutti gli anni. Sei ancora arrabbiato con me?

Nipote. No, non potrei mai! Sono stato in montagna.

Nonna. Sei evaso a Cortina?

Nipote. Non ti capisco. Evadono i delinquenti...

Nonna. E i poveri evasori.

Nipote. Adesso capisco, ma loro non sono evasi, hanno evaso.

Nonna. Transitivo o intransitivo, sempre delinquenti sono.

Nipote. Complimenti per il saggio di grammatica, nonna. Pensa che io non ricordo più niente.

Nonna. Dovresti venire all’università della terza età. Ci sono anche delle persone giovani. Però forse bisogna avere almeno 25 anni.

Nipote. Io quasi ci sono...

Nonna. Allora sbrigati a laurearti... e a sposarti che mi piacerebbe tanto diventare bisnonna.

Nipote. Ma non c’è mica bisogno di sposarsi per fare i figli.

Nonna. E neppure di laurearsi, per quello! L’importante è avere un lavoro.

Nipote. Come forse saprai, io poi vado nella fabbrica di papà.

Nonna. No, non lo sapevo. A fare un po’ di pratica in attesa che ti rispondano quando manderai i curricoli?

Nipote. Ah no! Io non sono come quegli sfigati che si affannano a scrivere alle ditte, che poi non li cagano – scusa nonna – neppure. E poi per che cosa, per fare i precari a tempo determinato?

Nonna. Ti vedo molto determinato, anche se hai ancora tempo... per trovare un’altro lavoro. E poi così evadi... la gavetta. A proposito quando finisci l’università?

Nipote. Nonna, non entriamo in certi argomenti per favore, ti prego.

Nonna. Allora posso entrare nell’argomento morosa, scusa, fidanzata? Com’è andata a casa della tua... tua...

Nipote. Clara!

Ninna. È mica andata male?

Nipote. Non befanare, nonna.

Nonna. Cosa vuol dire befanare? Io non l’ho mai sentito.

Nipote. Vuol dire gufare, pressappoco.

Nonna. Ma i gufi portano male, la Befana invece...

Nipote. Sì, la Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte...

Nonna. Scarpe rotte eppur bisogna andar...

Nipote. Cosa? Non capisco...

Nonna. Niente. So che non capisci... certe cose. Ti ricordi quell’anno che per l’Epifania avevi dormito da me e io, perfida, alla mattina ti avevo fatto trovare il carbone dolce nella calza?

Nipote. Sì, mi ero inca... arrabbiato in un primo momento, poi quando me l’hai fatto assaggiare.

Nonna. Le cose bisogna provarle prima di giudicarle.

Nipote. Però il messaggio del carbone era pesante...

Nonna. Scorie del passato... non ricordo neppure più perché l’avevo fatto, forse per scherzo.

Nipote. No, ricordo io: perché avevo fatto un capriccio, non volevo finire i compiti delle vacanze. E avevo rimandato fino all’ultimo giorno, all’Epifania.

Nonna. Non fare così anche con la laurea.

Nipote. Si chiama Clara non Laura, nonna.

Nonna. Io sono sorda, ma c’è chi è sordo perché non vuole sentire.

Nipote. Allora nonna, ti avevo telefonato per riappacificarmi con te e per farti un bel regalo.

Nonna. Visto che è la mia festa...

Nipote. Vengo a trovarti!

Nonna. Con Clara?

Nipote. Claro che sì! Ma mi raccomando...

Nonna. Stai tranquillo! Per un giorno cercherò di... evadere dal ruolo di befana!

(la cornetta sorride mentre si posa)

 


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permalink | inviato da steatrando il 5/1/2012 alle 20:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Scrittore senza lettori
post pubblicato in Diario, il 30 dicembre 2011

(in una casa editrice)

Editor. Le posso concedere solo un attimo, e glielo dico chiaro la incontro solo per le insistenze del mio capo, non so come sia riuscito ad arrivare fino a lui.

Aspirante autore. Mi spiace farle perdere un po’ del suo prezioso tempo, ma sarò brevissimo. Io ho sempre stimato molto la vostra casa editrice.

Editor. Bando alle adulazioni, veniamo al sodo, cosa vuole da noi, fare uno stage?

Aspirante. No ne ho già fatti parecchi, poi dopo i trent’anni non mi sembra più il tempo, mi sento già abbastanza formato.

Editor. Mi spiace ma noi abbiamo posti solo per stagisti. Se non le interessa arrivederci.

Aspirante. Ma io volevo chiederle dei miei due romanzi: li ho mandato personalmente a lei.

Editor. Come ha fatto a indirizzarli personalmente a me? Ci sono dei filtri. Certo non mi sono arrivati, com’è che si chiama Viaggi? Me lo sarei ricordato un cognome così curioso.

Aspirante. È il mio nom de plume. Ho pubblicato, per una piccola editrice, libri di viaggio, così mi sono dato lo pseudonimo Eolo Viaggi.

Editor. Comico, anzi autoironico, non ha mai pensato di scrivere sketch?

Aspirante. No, quel genere mi manca, ma, a parte i romanzi e le guide, ho scritto di poesia, biografie, libri per bambini e i miei figli ridono un sacco quando li leggono

Editor. Così giovane ha già dei figli?

Aspirante. Vado per i 35.

Editor. Allora ha un lavoro, cosa fa?

Aspirante. Il precario nella scuola

Editor. E la moglie... la compagna?

Aspirante. Della scuola precaria.

Editor. Ma adesso il ministro indice il concorso...

Aspirante. Noi abbiamo già superato il precedente, ma non ci sono posti, io spero nelle malattie e nelle gravidanze, ma con l’età media che c’è nel corpo insegnante... Pensi che io quest’anno ho avuto una supplenza per maternità grazie a una quarantacinquenne che ha adottato un bambino straniero.

Editor. I soliti privilegiati!

Aspiranti. Sì questi bambini, ma non sempre, a volte diventano disadattati.

Editor. No dicevo questi professori che hanno maternità senza gravidanza e allattamento senza latte.

Aspirante. Sa che anche lei come comico...

Editor. Lasci perdere, e quanto ha pubblicato?

Aspirante. A dir la verità, a parte due opuscoletti di viaggio, nulla... per ora, ma nel cassetto...

Editor. E allora continui così, scriva per diletto, scriva senza lettori, al massimo per i suoi figli. Sa che beneficio per l’anima e la psiche. Non sia velleitario, ambizioso. Ma perché vietare l’esercizio della scrittura? Non smetta, scriva non biografie, l’autobiografia. Chi sa scrivere di sé più della persona stessa? Non scriva di altri, non insegua la fantasia, scriva diari non romanzi. La narrativa la lasci a chi lo sa fare...

Aspirante. Io credo... crederei di saperlo fare. A scuola prendevo sempre nove nei temi.

Editor. Ancora con il mito della scuola. Sa che abbiamo scrittori che andavano male a scuola, che sono stati pure bocciati...

Aspiranti. Ah sì, ma quali? Non credo nella vostra prestigiosa casa editrice.

Editor. Beh no, nella nostra no. A parte sa quel comico della TV...

Aspirante. Sì ho capito, a dir la verità lo disprezzavo, invece poi quando mi sono dato il coraggio di leggerlo, mi sono ricreduto, non è mica male. A volte sotto l’aspetto di un cretino... mi scusi, di un incolto, si nasconde una spirito arguto, quasi saggio.

Editor. Noi sappiamo fare miracoli.

Aspirante. Ah già che ingenuo, ci sarà stato un grosso lavoro di editing, magari il suo, direttore....

Editor. Quello che le sto per dire è segreto aziendale per cui è tenuto a mantenere il silenzio.

Aspirante. Senza dubbio, se vuole lo giuro, ma io non sono dell’azienda..

Editor. Ma lo vorrebbe essere.

Aspirante. È la mia più grande aspirazione...

Editor. Beh a quel comico, di cui non facciamo il nome, il libro è stato scritto da un... aspirante come lei, solo che si è montato la testa e voleva scrivere il nuovo libro, pensi un po’, col suo nome e ... siamo stati costretti a licenziarlo. Capirà chi avrebbe comprato il libro di uno sconosciuto.

Aspirante. E gli esordienti?

Editor. Noi non li trattiamo, se non in qualche raro caso quando hanno alle spalle...

Aspirante. Alle spalle?

Editor. Capirà, capirà. Quanti segreti vuole che le sveli?

Aspirante. No, ma prosegua il discorso.

Editor. È presto fatto: non mi ha detto che scrive biografie, dovrebbe appunto scrivere l’autobiografia del nostro caro comico.

Aspirante. Ma l’auto...

Editor. Perché lei, scrittore senza lettori, vorrebbe mettere il suo nome?

Aspirante. No, mi scusi, ci devo pensare... anzi non ci penso accetto, accetto subito.

Editor. Bene, vedo che è ragionevole, ma si attrezzi anche sul comico, sulla commedia, se vuole continuare a lavorare con noi. Adesso passi nell’ufficio “Prestazioni Sperimentali” – dobbiamo sperimentare come scrive, no? - E firmi il contratto. Ogni libro un contratto, come gli scrittori veri, non è contento?

Aspirante. Ma io sono... credevo di essere uno scrittore vero.

Editor. Lui, il nostro lo è. Lei non usa il nom de plume? Allora pensi di prendere il suo nome come... anonim... pseudonimo, o ha la puzza al naso?

Aspirante. Nessuna puzza...

 


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permalink | inviato da steatrando il 30/12/2011 alle 22:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Natale in evoluzione
post pubblicato in Diario, il 26 dicembre 2011

(il nipote al telefono con la nonna)

Nipote. Nonna, auguroni di natale, scusami se oggi non posso venire, sono ospite a casa di Clara, è la prima volta che vedo i suoi genitori.

Nonna. Grazie degli auguri che ricambio. Non preoccuparti di venire. Anzi sono felice per te, ma me la farai conoscere questa Clara, è la tua morosa, o sbaglio?

Nipote. Se la vuoi chiamare ancora così, sì, ma mi raccomando quando veniamo a trovarti non usare queste parole preistoriche.

Nonna. Per carità! A proposito di preistoria, sai che alla messa di mezzanotte ero seduta proprio vicino alla balaustra del duomo dove hanno trovato il dinosauro, sì... come si chiama fossile.

Nipote. Non se ne parla più, probabilmente era una bufala... un errore della scienza, come tanti. Comunque sono contento che sei andata ancora alla messa di mezzanotte, pensavo fossi diventata miscredente.

Nonna. No io credo sempre, anche se mi sono venuti cattivi pensieri a messa, non so se era per la vicinanza col Dino, lì il fossile.

Nipote. E quali brutti pensieri?

Nonna. Sai che tua mamma è nata a Natale e proprio la notte della vigilia ho avuto il travaglio.

Nipote. Che c’è di male, è naturale.

Nonna. No, ho pensato alla Madonna, chissà se ce l’ha avuto anche lei il travaglio, il Vangelo non ne parla.

Nipote. Ma sì che ne parla. Non ha girato per tutta Betlemme senza trovare alloggio tant’è vero che ha dovuto partorire in una grotta?

Nonna. Chissà a chi somigliava il Bambinello, appena nato. Tua mamma aveva gli occhi del nonno, e la bocca, per il resto assomigliava tutta a me.

Nipote. È naturale ti ripeto, ognuno è una miscela del padre e della madre, come una vernice blu che si mescola con una rossa.

Nonna. Così nascerebbe viola, per carità, sai cosa vuol dire? C’era una donna all’ospedale con me che ha avuto un bambino viola, cianotico, perché era cardiopatico. No, secondo me nel figlio non si mescolano, lì come si chiamano...

Nipote. I geni vuoi dire?

Nonna. Sì i geni non si mescolano come i colori, ma come delle carte: gli assi sono del mazzo rosso: gli occhi del padre, i due del mazzo blu: le mani della madre e così via. Ti immagini avere gli occhi di un colore e uno dell’altro?

Nipote. Alle elementari c’era uno nella mia classe che ce li aveva.

Nonna. Io non ne ho mai visti, sarà stata un’eccezione.

Nipote. Ce li hanno anche dei cani...

Nonna. Vuoi proprio contraddirmi sempre, per me lì... i geni li mescoliamo, magari neanche tanto bene, come un mazzo di carte, e li prendiamo un po’ dal papà un po’ dalla mamma, magari più di uno che dell’altro, non li fondiamo come la vernice.

Nipote. A proposito di discendenza, mi sai spiegare nonna come mai ci sono in giro ancora gli scimpanzè se l’uomo è disceso dagli scimpanzè?

Nonna. Saranno altre scimmie mica quelle di adesso. Vuoi che ci evuliamo... evoliamo... com’è che si dice? quella roba lì, dalle specie moderne?

Nipote. Sì ovuliamo come gli scimpanzè! Aggiornati nonna. Non crede più nessuno a certe cose.

Nonna. Nessun credente? Eppure io credo in Dio e...

Nipote. In Darwin! Guarda che sei l’unica, proprio un’eccezione. E dimmi un po’: parlando di evoluzione, pensi che a Darwin crederanno così tanto tempo come a Dio?

Nonna. Spero che ai tuoi bambini vadano un po’ di geni della tua mo... di Clara, si chiama così? perché con te sono stati in maggioranza quelli di tuo padre invece i miei, attraverso tua madre...

Nipote. Sono stati all’opposizione? Non farmi ridere nonna. Il dinosauro ti ha suggestionato. Devi andare nell’altra navata, quella di destra, quando vai in duomo.

Nonna. Sai l’abitudine, io sono stata sempre alla sinistra.

Nipote. Lo so bene, tuo papà socialista, tua mamma antifascista, i miei trisnonni...

Nonna. E il trisnipote ciellino... che evoluzione.

Nipote. Guarda che di trisnonni ne ho avuto quattro, magari ho preso dagli altri tre...

Nonna. Per essere quasi ingegnere li fai bene i conti: quattro ne avevi di nonni, di trisnonni se non sbaglio ne avevi otto. Certo che però qui andiamo nel passato, in storia, e non è più il tuo campo.

Nipote. Uno non può sbagliare neppure un attimo, come siete pignoli voi vecchi, ho semplicemente confuso i nonni con i trisnonni.

Nonna. E gli antenati con i contemporanei...

Nipote. Come nonna? Non ti ho capito.

Nonna. Non hai detto che non possiamo discendere dagli scimpanzè perché ci sono ancora?

Nipote. Sì appunto come lo spieghi.

Nonna. Madonna mia santa! Dove sono finiti i geni... di mio papà? Come facciamo a nascere dai nostri cugini?

Nipote. Questo lo so anch’io, ma mi spieghi quand’è che una mia trisavola scimmia ha messo al mondo una mia antenata uomo?

Nonna. Donna, caso mai. Questo non lo so, e forse non lo sa nessuno, ma forse non se ne sono accorte neppure loro, quella madre e quella figlia, eppure è successo.

Nipote. Non lo sai spiegare eppure ci credi.

Nonna. Come credo che la Madonna ha partorito senza travaglio e ha concepito senza uomo.

Nipote. Tu sei blasfema, e hai coraggio di andare ancora in chiesa?

Nonna. E tu di andare ancora all’università?

Nipote. Non so se ti porto Clara, me la potresti spaventare.

Nonna. Con il mio aspetto scimmiesco?

Nipote. No, è chiaro, sei ancora una bella vecchietta, è per le tue idee rivoluzionariette.

Nonna. Ma se hanno più di centocinquant’anni.

Nipote. A proposito meno male che sono finiti i festeggiamenti di ‘sto benedetto centocinquantesimo.

Nonna. Ma è il natale della nostra nazione!

Nipote. E già che tu sei una vecchia patriottica.

Nonna. Sì è vero, non mi sono evoluta, sono ancora italiana, ma mia figlia ha partorito, senza accorgersi, un... padano...

(si interrompe la comunicazione)

 


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permalink | inviato da steatrando il 26/12/2011 alle 18:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Scuola-panettone
post pubblicato in Diario, il 24 dicembre 2011

(nella solita classe delle superiori l’ultimo giorno prima delle vacanze natalizie)

Vanessa. Prof non ci farà lezione anche oggi che siamo a Natale?

Prof. Non oserei mai, anzi vi ho portato dei cioccolatini, se volete favorire.

Claudio. No, grazie, siamo già strapieni abbiamo mangiato il pandoro con la prof di matematica l’ora prima.

Prof. E si è addolcita?

Claudio. Cosa?

Prof. Niente niente, anch’io ho offerto dei panettoncini alle mie colleghe, ma sembra che non abbiano gradito, mi hanno snobbato.

Vanessa. Ma le ha viste, sono tutte a dieta e lei offre dolci....

Prof. Eppure erano bio. Mah! Il prossimo anno offrirò incensi...

Vanessa. Così le fa piangere o le intossica, sono già tutte fumatrici...

Prof. E poi dicono che bisogna ritardare la pensione perché la vita media si è allungata.

Candido. Allora lei è di malaugurio non di buon augurio...

Giulietta. E cosa farà nelle vacanze. Andrà a sciare?

Prof. Non lo so e non lo posso fare.

Vanessa. Andrà a vedere un cine-panettone?

Prof. Per carità! Spero che anche voi evitiate...

Candido. Hanno ragione a snobbarla lei fa tanto lo snob, due risate in compagnia che male fanno, poi dopo il pranzo di natale che si può fare?

Giulietta. Leggere Fabio Volo...

Dante. Così fan tutte.

Giuliano. Dal cine-panettone al libro-panettone...

Giulietta. Guarda che lui non si dà assolutamente le arie da intellettuale, come qualcuno.

Prof. Sì, però mi sembra proprio un’operazione commerciale: ti fai un nome in tv e allora puoi anche pubblicare un libro... più libri. Mi sembrano i furbetti dell’editoria...

Candido. Ecco che scatta subito la gelosia degli intellettuali frustrati, ci avrei giurato. Ve lo sognate di vendere come Volo.

Dante. Il volo dello struzzo...

Candido. Che dici?

Dante. Non lo pubblica lo Struzzo, Einaudi?

Prof. Spero di no, sarebbe troppo caduta in basso, la casa editrice di Pavese...

Giulietta. Guardi che pubblica anche i comici: Benigni, la Littizzetto....

Prof. Anche quelli rientrano nel circuito mediatico... e gli editori sfruttano la fama. Ma sapete una cosa ragazzi? Ho appena letto che anche a loro scrivono le battute. Si può: per delle barzellette, delle freddure...

Candido. Guardi che le scrivono anche a Crozza...

Dante. Vidi una crozza supra nu pilune... televisivo.

Prof. Per me è incredibile che anche per dire battute devi fartele scrivere, tanto vale allora...

Giulietta. Ma gli scrittori, gli umoristi non saprebbero recitarle, li rovinerebbero i loro sketch, ci vuole un comico.

Prof. E Woody Allen?

Giulietta. Lui era appunto un ghost-writer, poi passato in scena, ma è un’eccezione...

Fatima. Fate capire anche me, chi sono questi?

Giulietta. Sono quelli dietro le quinte, quelli che scrivono i testi.

Prof. Quelli a cui non va il merito del loro lavoro, perché sembra al pubblico che il comico abbia inventato lui la battuta, ma si prende gli applausi per merito di un altro.

Giulietta. Ma quest’altro rovinerebbe il suo stesso lavoro.

Giuliano. Non saprebbe leggerlo, non sarebbe capace di interpretarlo, forse non lo capirebbe neppure... A parte gli scherzi a volte se non ci fosse la bravura del comico, o almeno l’aspettativa, non so come definirla, del pubblico rispetto alla sua battuta, ci sarebbe da piangere non da ridere...

Fatima. Chissà se anche Sherazade...

(entra la preside)

Preside. Ragazzi, prego, state pure seduti, interrompo la lezione solo per un minuto, per fare a voi e alle vostre famiglie i migliori auguri di Buon Natale e di un proficuo 2012, che voi avete la maturità, ricordatevelo! (guardando i cioccolatini sulla cattedra) Ma chi ha portato questi cioccolatini?

Prof. Sa preside, è l’ultimo giorno prima delle vacanze, anzi del 2011, è una consuetudine festeggiare, ma noi aspettiamo l’intervallo, per non perdere neppure un minuto di tempo...

Preside. Lo so bene, nelle altre classi mi hanno rimpinzato di ogni cosa, panettoni, salami... di cioccolato, marron-glaces, ma di marca, non come questi cioccolatini. Chi ha avuto il coraggio di portarli? Li darò alle bidelle, loro magari sono contente, ma dubito (prende i cioccolatini e se ne va)

Candido. Ha visto prof! Come commenta?

Prof. Siamo in una scuola-panettone!

Dante. Purché sia di marca

perché neppure Petrarca

potrebbe figurare

di fronte al dilagare

di un principe del libro

se manca della TV il timbro

anche la stessa Sherazade

rispetto ai comici retrocede

e il povero Bambinello

fa la figura di un villanello.

(suona vacanziero l’intervallo scolastico)

 


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permalink | inviato da steatrando il 24/12/2011 alle 17:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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