(libera riduzione dal libro di Jorge Semprùn)
“Abbiamo il diritto di stupire il lettore,
di prenderlo in contropiede,
di obbligarlo a riflettere o
a reagire nel più profondo
di se stesso”
Jorge Semprùn
(nel lager di Buchenwald, due deportati giovani: uno piccolo e magro l’altro alto e robusto)
Sergente SS. Voi due, vedete quei massi? Tu, piccolo e secco prendi quello grosso, e tu grande e grosso, quello piccolo e portateli laggiù, los, schell, schwein!!
(i due eseguono, dopo un po’ il più magro barcolla mentre il sergente ride, e lo picchia col gummi, lo scudiscio di gomma. Tumulto, rumori lontani, il sergente si gira, estrae la pistola, poi si allontana)
Deportato robusto. Bistro, bistro! (e scambia le pietre)
Deportato magro. Grazie, ti devo la vita, come si dice... spasiba, spasiba balshoje!
D. robusto. (scrolla la testa) Tovarisc, tovarisc (si stringono la mano)
(arriva un altro deportato, con l’accento tedesco)
D. tedesco. Abbiamo il morto di cui c’era bisogno!
D. magro. Cosa? Per poco lo ero io, se non era per quel compagno russo... Chissà perché l’ha fatto? Non mi conosceva, forse non mi vedrà più, non poteva aspettarsi nulla da me. Forse è l’uomo nuovo sovietico, chissà.
D. tedesco. Stammi a sentire: devi sostituire un morto.
D. magro. Ma chi è questo morto se non sono io?
D. tedesco. Unteröhrt! Inaudito. Ha la tua stessa età: poche settimane di differenza! Ed è pure studente. Sei davvero fortunato... con la flor en el culo!
D. magro. Non certo come te, che sei un Lagerschutz della polizia interna e puoi girare tutto il campo.
D. tedesco. Noi tedeschi, veterani del campo, sì abbiamo qualche privilegio... privilegio? se possiamo usare questa parola, potremo ben averlo. Moriremo per ultimi! Ma ringrazia per questo, se no non sarei qui ad avvertirti.
D. magro. Avvertirmi di cosa?
D. tedesco. Andiamo alle latrine, lì le SS non entrano.
D. magro. E neanche i kapò.
(entrano nelle latrine)
D. tedesco. Che puzza, non si resiste.
D. magro. Almeno è caldo, agli odori ci si abitua. Non lo sai, e voi non le avete le latrine?
D. tedesco. Sì ma nel blocco, non collettive come voi.
D. magro. Ecco un altro privilegio dei deportati tedeschi. Qualche volta mi devi raccontare la storia del vostro arrivo.
D. tedesco. Ma non io non ci sono stato dall’inizio, sono un Rotspanier, ero da te... con le Brigate Internazionali in Spagna.
D. magro. E quando ti hanno deportato?
D. tedesco. Nel ’39. Ma non chiedermi del periodo ’39-41 per carità!
D. magro. Perché?
D. tedesco. Per il patto russo tedesco! L’accordo tra Hitler e Stalin. Noi comunisti eravamo accusati di tradimento, anche se eravamo qui, assieme agli altri deportati.
D. magro. Un po’ come gli italiani, adesso.
D. tedesco. (guardandosi intorno) Ma qui è pieno di mussulmani...
D. magro. Di chi?
D. tedesco. Si vede che sei nuovo. Chiamiamo mussulmani quelli che sono morti viventi
D. magro. Poverini, sono malati.
D. tedesco. No, si sono lasciati andare... loro mi irritano, hanno rinunciato a resistere, a lottare almeno per la vita, per la sopravvivenza. Se nessuno sopravviverà chi potrà raccontare? Nessuno crederà a questo orrore.
D. magro. Anch’io sono spesso preda dello sconforto.
D. tedesco. Non puoi lasciarti andare, tu hai una fede... politica. Bisogna avere qualcosa in cui credere... anche una fede religiosa. Pensa che non è stato un “triangolo rosso” ma un “triangolo viola”, un Bibelforcher che ci ha avvisato.
D. magro. Chi?
D. tedesco. Un ricercatore della Bibbia, voi li chiamate Testimoni di Geova, sono qui dall’inizio, dal ’37, e sono più... Prominenten, più “privilegiati” di noi, sono tutti nell’amministrazione. Lui ha la sua fede, non è comunista, ma lo rispettiamo. È un membro del Comitato Internazionale Clandestino e ha avvisto i compagni che è arrivato un dispaccio su di te. Da Berlino chiedono se sei ancora vivo, se sei ancora a Buchenwald o in un sottocampo, un kommando esterno...
D. magro. E cosa vuol dire, chi può interessarsi di me?
D. tedesco. Non ha potuto leggere tutta la lettera, ma bisogna stare attenti. Il Partito non vuole perderti, sei l’unico intellettuale comunista spagnolo del campo, sarai utile quando ci sarà la rivolta, o almeno la liberazione del campo, con i tuoi connazionali. Sei o no nel Comitato?.
D. magro. Mi avete nominato voi, ma non ho ancora fatto niente.
D. tedesco. E come potevi nella tua posizione, ma vedrai ti faremo mettere all’Arbeitsstatistik, l’ufficio smistamento lavori. Lì è meno dura, turni anche di notte, ma scamperai la cava e i lavori di picco e pala all’esterno.
D. magro. E come posso scampare se mi cercano? Ho visto cosa ha fatto la Gestapo a quell’italiano che hanno scoperto essere una spia degli alleati. L’hanno torturato e poi fucilato nell’Appellplatz.
D. tedesco. Appunto ci vuole un morto, un moribondo che prenderà il tuo nome e tu prenderai il suo. Siamo già d’accordo con i compagni... gli amici nell’amministrazione. Abbiamo due giorni di tempo, fino a lunedì non risponderanno a Berlino. Oggi è sabato, dopo domani devi farti ricoverare al Revier, dove c’è già lui, poi ti faremo morire... faremo credere che sei morto, al suo posto.
D. magro. E chi è questo mio fratello, mio doppio?
D. tedesco. È un francese, è già moribondo in infermeria. (guardandosi intorno) Ma no, è qui, lo riconosco, cosa ci fa qui alle latrine? Devo andare ad avvisare che lo ricoverino. Vado. E tu mi raccomando, lunedì al Revier! Vieni, esci, prima che qualcuno si accorga che manchi.
D. magro. Un minuto. Voglio andare a conoscerlo, voglio parlargli!
D. tedesco. È inutile, è un mussulmano, un mucchio di stracci innominabile, non ti risponderà. Fa’ come vuoi, ma presto. Tieni (offre una po’ di foglie)
D. magro. Come? Una sigaretta? Come hai fatto?
D. tedesco. No, non è una sigaretta, magari! I russi la chiamano machorka, sono foglie secche che arrotolate si possono fumare. Sono diventate merce di scambio nel lager, non le avevi mai viste? Vado, e mi raccomando non rovinare i piani! Alle sei di lunedì al Revier! Fino ad allora, fa’ quello che fai sempre la domenica, divertiti col tuo professore e adesso con i tuoi mussulmani.
(esce)
D. magro. (avvicinandosi al d. mussulmano). Bonjour. Vedo che hai un numero di matricola vicino al mio. Allora, forse, sei arrivato con me. Ti ricordi quel terribile trasporto nel carro bestiame, in 120 con le porte sprangate dall’esterno. Quattro giorni e cinque notti, o… non mi ricordo bene, ricordo che non potevamo neppure sederci per l’affollamento, avevo il gomito del mio vicino sulle mie costole e lui il mio sul suo stomaco, poi facevamo a cambio. Magari eravamo assieme nello stesso vagone, oppure siamo stati vicini allo spogliatoio quando ci hanno denudati e rasati fino nelle parti intime, che poi il disinfettante ci ha fatto bruciare come peperoncini. E la vestizione... magari ho scambiato con te gli zoccoli troppo grossi... oppure no, forse no, sei piccolo e magro come me. O in quarantena... in che blocco ti hanno messo... che lavoro ti fanno fare? Ma non parli, mi senti? Rispondi!
D. mussulmano. Parlare stanca!
D. magro. Se sei malato devi farti ricoverare nel Revier, nell’infermeria. Forse mi ricovero anch’io e ti vengo a trovare. Ti serve qualcosa?
(il d. mussulmano fa il gesto di fumare)
D. magro. Fumare? Capisco bene? Tieni è una machorka... a domani.
(secondo atto)
(nelle latrine un gruppetto di tre deportati)
D. magro. Finalmente è domenica e ci possiamo riposare un attimo, oggi non voglio pensare a niente. Forse era meglio se stavo a dormire. Chi dorme ingrassa.
Deportato francese. Ascoltatemi. Non stiamo rubacchiando qualche istante della domenica al sonno, alla nostra fame permanente, all’angoscia del domani, per dire sciocchezze.
D. Testimone di Geova. Sì preferisco discutere con il tuo professore.
D. magro. Il mio professore l’hanno portato in infermeria, non apre più gli occhi, è tra la vita e la morte. Ma vedo che la sua presenza richiama sempre qualcuno la domenica dopo l’appello. Ma anch’io preferisco venire qui che dormire. E poi ‘sta sera ho organizzato un piccolo spettacolo per i miei connazionali: una serata andalusa.
D. francese. Che bravi!
D. magro. No niente di che: non c’è nessun attore o cantante.
D. francese. Ma siete tutti resistenti... resistenti culturalmente.
D. magro. Sì cerchiamo, cerchiamo di non farci degradare del tutto. Ma io che fuori di qui avevo una memoria eccellente ora non ricordo... non riesco a finire una poesia del mio amato Lorca e speravo nel professore che è esperto di memoria, di memoria collettiva, pensate ha inventato lui l’espressione:
¡Ay, que la muerte me espera
antes de llegar a Córdoba!
Córdoba,
lejana y sola.
Sapete da tanto non sto in Spagna e un filo solo unisce la lingua della mia infanzia alla mia vita reale: il filo della poesia. Se si spezza anche quello...
D. francese. I tuoi connazionali ti possono aiutare. Poi ho sentito che, forse, ti metteranno all’Arbeitsstatistik, dove sto anch’io. Lì c’è una biblioteca.
D. magro. Una biblioteca in un lager?
D. francese. Sì, lo vedrai con i tuoi occhi. Potrai leggere solo nel turno di notte, se starai accorto, e troverai tutti i libri in tedesco. I tuoi poeti spagnoli non sono certo stati tradotti...
D. magro. Ma come è possibile? Se mai si saprà, diranno che Buchenwald non era un vero campo di concentramento, non un luogo tanto spaventoso...
D. francese. Qui siamo a un passo da Wiemar, la città di Goethe, no? Se guardi la grande spianata tra le cucine e l’Effektenkammer puoi contemplare l’albero di Goethe, la quercia sotto la quale leggeva, secondo la leggenda del campo, naturalmente. Per tornare ai libri: nei primi anni avevano dato il permesso alle famiglie dei deportati tedeschi di inviare libri: se ne sono raccolti 1300! Lo conosci il tedesco?
D. magro. Abbastanza... almeno quanto basta per il campo, gli ordini delle SS. Ma lo studierò, lo studierò sui libri!
D. francese. Ti potrei dare lezione io. Io a dire la verità non sono francese, sono un ebreo austriaco, ma mi sono procurato un passaporto francese. Sai che Buchenwald è judenrein, libero da ebrei, almeno per ora, ma io passo per politico.
D. Testimone di Geova. E i tuoi correligionari?
D. austriaco. Li hanno portati all’est. Non so, non voglio crederci, ma ho sentito, da un deportato trasferito da laggiù, che li sterminano tutti, man mano che arrivano. Dov’è Dio?
D. TdG. Forse succede che Dio è semplicemente sfinito, non ha più forze. Si è ritirato dalla Storia; o la Storia si è ritirata da Lui.
D. austriaco. Perché non parla, non si fa sentire?
D. TdG. Il suo silenzio forse è la prova della sua debolezza, della sua impotenza.
D. magro. Cosa c’è di spaventoso nel silenzio di Dio? Quando mai ha parlato? In occasione di quale massacro del passato ha fatto sentire la sua voce? Quale conquistatore crudele, o dittatore è mai stato condannato? Ciò di cui si deve parlare non è il silenzio di Dio, ma il silenzio degli uomini. Perché gli uomini liberi non parlano?
D. TdG. Perché non sanno.
D. francese. Ma se la Resistenza ha perfino fatto evadere due perché andassero a parlare col mondo, col mondo libero. E sono mesi ormai, cosa abbiamo avuto di risposta? Niente.
D. magro. A proposito, sai se gli americani resistono ancora a Bastogne?
D. francese. Non sapevo neppure che erano sbarcati in Francia. Li hanno respinti?
D. magro. Non ancora, almeno lo spero.
D. francese. Sono buoni soldati gli americani?
D. magro. No so, all’inizio i giapponesi li hanno conciati bene.
D. TdG. Anche i russi all’inizio sono stati conciati bene.
D. francese. Ma cosa fa quel “triangolo marrone”? È uno zingaro, conciato come noi... noi ebrei.
D. magro. Mi ha fatto ricordare un’altra poesia di Lorca:
¡Oh pena de los gitanos!
Pena limpia y simpres sola.
¡Oh pena de cauce oculto
y madrugada remota!
D. TdG. Guardate: si abbassa i calzoni mentre corre. Allarme diarrea! Presto spostiamoci prima che ci schizzi tutti. Ecco l’ha fatto con quei polacchi.
D. polacco. Merdoso di uno zingaro. Hai visto cosa hai fatto, maiale? Buttiamolo nella merda.
(viene preso e gettato nella fossa delle latrine, scatenando una rissa tra i deportati polacchi e quelli zingari).
D. francese. Presto usciamo, prima che arrivino i kapò...
D. TdG. (uscendo) Ecco che arriva quello russo. Mi fa quasi ridere, con quel suo cappello della polizia russa. Gliel’hanno lasciato tenere. Senza cambiare il cappello potrebbe cambiare la situazione: al posto di essere un kapò qui, potrebbe essere guardiano in un campo in Siberia.
D. magro. Ma i gulag c’erano sotto gli zar, ai tempi di Tolstoj e Dostoevkij...
(terzo atto)
(all’entrata del Revier, l’infermeria)
Deportato malato. Gerard, Gerard!
D. magro. Olivier!
D. malato. Mi hai riconosciuto?
D. magro. Certo. Olivier Cretté meccanico d’auto (l’uomo di mette a piangere). (Rivolgendosi al d. tedesco della polizia interna) Quel francese, fatelo entrare. Lo conosco: è della Resistenza.
D. tedesco. Quel vecchietto? (ma poi dà ordini di farlo entrare)
D. malato. Grazie amico! (guardando il suo triangolo) Ma vedo dal tuo triangolo che sei spagnolo, non lo sapevo... Ad ogni modo sei un pezzo grosso.
D. magro. No, non credere. Ma tu cos’hai?
D. malato. La diarrea. Sono sempre pieno di merda. Non ce la faccio più.
D. magro. E dove lavori?
D. malato. Sono stato a Dora, in galleria, sono stato due mesi senza vedere il sole. Là è un inferno, qua al confronto è un sanatorio.
D. magro. Bene, allora qui ti potrai curare. Adesso passa la visita, poi quando sei guarito, come lo sarò io, vieni a trovarmi all’Arbeisstatistik. Io lavorerò lì. Un giorno o l’altro, dopo l’appello della sera.
(il deportato tedesco della Polizia interna prende il d. magro per un braccio e lo porta via)
D. tedesco. Vai nella sala degli agonizzanti. Vicino al tuo futuro cadavere, l’abbiamo già fatto portare lì. Il ragazzo non passerà la notte. Domani mattina avremo il tempo, a seconda delle notizie da Berlino, di registrare la morte a suo nome o al tuo... Tu devi solo abituarti alla puzza, ma lo fai già tutte le domeniche alle latrine, no? Stanotte l’unico problema che possiamo avere è che le SS facciano un giro fino al Revier. Sono spietati coi finti malati.
D. magro. Ma qui siamo tutti malati.
D. tedesco. Non sei certo grasso, ma non hai nemmeno l’aria di moribondo. Se vengono diremo che hai una malattia infettiva. Sono terrorizzati dalle malattie infettive. Ti faremo un’iniezione. Non ti preoccupare ti verrà una febbre di cavallo, ma niente di più. Domani non sarai fresco come una rosa, ma vivo sì.
D. magro. La mia pena.
D. tedesco. Il vecchio francese che mi hai appena presentato è senza speranza. Gli rimane poco da vivere.
D. magro. In primo luogo, non è vecchio. È molto invecchiato ma non deve avere ancora quarant’anni. E poi, non si sa mai...
D. tedesco. Certo che si sa, si sa fin troppo. Non gli hai visto lo sguardo? Se ne sta andando. Non c’è più niente da fare.
D. magro. Non ci credo. Secondo me non è inutile aiutarlo, anche se si può fare poco.
D. tedesco. E ti sentiresti meglio a farlo? Ti sentiresti più buono?
D. magro. No, non è per quello, ma anche se lo fosse, non è mica proibito?
D. tedesco. No, non è proibito, ma è inutile. È un lusso piccolo-borghese.
D. magro. Perché tu non hai mai diviso il tuo pezzo di pane con un compagno, anche se era troppo tardi? Non hai mai fatto un gesto inutile?
D. tedesco. Figuriamoci se non è mi successo, ma erano altri tempi. C’erano i “triangoli verdi” i criminali, che comandavano, noi non avevamo la struttura resistenziale di adesso. Gli esempi individuali erano fondamentali.
D. magro. Ma la struttura di cui parli è clandestina. La sua azione, per quanto importante, non sempre è visibile. In cambio ciò che è visibile alla massa dei deportati è la vostra posizione di Prominenten, di privilegiati. Una buona azione, inutile, ogni tanto può far bene.
D. tedesco (aprendo una porta) Vai adesso, ti stanno aspettando. La notte sarà lunga tra tutti quei moribondi e quei cadaveri. Dunque, preparati all’odore, ci sarà puzza di merda... e di morte. A cosa penserai per distrarti?
(il d. magro si va a distendere a fianco di un moribondo nudo di spalle, con le natiche scure)
D. magro. Scusa puoi girarti, non resisto all’odore del tuo culo, ma cos’hai, merda seccata?
D. mussulmano. (con un filo di voce) Mi fa male muovermi.
D. magro. Sai che dall’altro giorno, quando ci siamo visti alle latrine, mi sono ricordato che eravamo vicini all'Effktenkammer, davanti ai prigionieri tedeschi che scrivevano i nostri dati personali e ci davano la matricola, infatti i nostri numeri sono molto vicini. E quando mi hanno chiesto il mestiere ho detto Philosophiestudent, che ingenuo! Kein Beruf, mi hanno risposto: non è una professione. E io dall’alto della mia conoscenza del tedesco ho replicato Kein Beruf aber eine Berufung: non è una professione ma una vocazione. Non ti ho fatto ridere? Ma anche tu, se non sbaglio, hai dichiarato di essere uno studente, di cosa?
D. musulmano. Latino.
D. magro. Ti immagini che faccia avrebbero fatto se gli dicevi “latinista”? Se ce la faccio, se riesco a uscire di qui, ti assicuro che mi metto a scrivere qualcosa sulla nostra storia.
D. mussulmano. Non ci crederanno.
D. magro. Ma come stai? Cos’hai? Dove ti fa male?
D. mussulmano. Tutto! Dappertutto!
D. magro. Devi reagire, adesso sei in infermeria, ti possono curare.
D. mussulmano. O seppellire...
D. magro. Allora anche me.
D. mussulmano. (con voce sempre più flebile) No, tu no...
D. magro. Sì cercherò di sopravvivere a questa notte, cercherò di sopravvivere a molte altre notti per ricordarmene. Non potrò vivere sempre con questa memoria, Francois, ma tornerò a questo ricordo come si ritorna alla vita. Tornerò a questo ricordo della casa dei morti, della sala d’attesa della morte a Buchenwald, per ritrovare gusto nella vita. Devo cercare di sopravvivere per ricordarmi di te.... Ma tu non morire! Per favore. Non lasciare il mondo dei vivi!
(fine)